Dalle cronache di calcio agli articoli clickbait, l’informatica sta cambiando il modo di riportare le notizie. L’ingresso dell’intelligenza artificiale e dell’automazione nel giornalismo è al centro dell’attenzione da alcuni anni: mentre il co-fondatore di Narrative Science Kris Hammond prevede che ” molto presto una macchina vincerà il Pulitzer”, Facebook ha ormai automatizzato i suoi trending feed.

 

Se appare sempre più evidente che gli algoritmi giocano un ruolo crescente nella selezione e nella produzione delle notizie, non è ancora chiaro cosa esattamente questa tendenza significherà per il giornalismo – o per gli esseri umani che attualmente lo producono. L’automatizzazione viene presentata come garanzia di obiettività, un rimedio ai crescenti rischi relativi a vere o presunte “fake news” nei media, come se dietro agli algoritmi non vi siano comunque degli esseri umani, con i propri interessi e priorità. E un altro dei vantaggi sbandierati, quello della personalizzazione dei contenuti, sembra muoversi in direzione di una sempre maggiore atomizzazione del bacino di lettori. 

 

Sintetizziamo qui i punti salienti tratti da due articoli, dal Guardian e da Mediashift, che già nel 2016 trattavano l’argomento.

 

 

Jonathan Holmes, 3 aprile 2016

Ben DeJarnette, 6 settembre 2016

 

Se si presta attenzione a come molti giornalisti descrivono l’intelligenza artificiale pare scorgere una sorta di autocompiacimento. Una ricerca dell’Università di Oxford prevede che quella del giornalista sia la professione meno suscettibile di essere sostituita da macchine nel prossimo futuro. Eppure, mentre alla Columbia University si celebrano i 100 anni del premio Pulitzer, robot intelligenti pubblicano già rapporti finanziari, commenti sportivi, articoli di clickbait e una miriade di altri articoli precedentemente riservati a giornalisti professionisti.

 

Un giorno una macchina vincerà il Pulitzer“, è la previsione di Kris Hammond di Narrative Science, un’azienda specializzata in “generatori di linguaggio naturale“. I recenti progressi tecnologici significano che l’intelligenza artificiale ora può scrivere testi perfettamente leggibili e sfornare articoli di routine più velocemente di uno “scribacchino” caffeinato.

 

I più ottimisti sostengono che gli algoritmi si occuperanno semplicemente dei compiti più umili del giornalismo, liberando giornalisti umani per affrontare lavori più avanzati. Il capo redattore di Bloomberg, John Micklethwait, ad esempio, ha definito l’automazione “cruciale per il futuro del giornalismo“, e lo scrittore della rivista newyorkese Kevin Roose ha descritto l’introduzione del reporting automatizzato come “un’ottima notizia.

 

Tuttavia, gli scettici temono che i robot possano finire per sostituire i giornalisti invece di aiutarli. Il giornalista Robert Rector ha predetto un futuro in cui i gli editori semplicemente “sostituiscono i giornalisti con robot” leccandosi i baffi per “un business a costo zero o quasi.” Hammond di Narrative Science ha aggiunto benzina al fuoco quando ha stimato che, entro la metà del 2020, il 90% del contenuto di notizie potrebbe essere scritto dai computer.

 

Grazie all’automazione, ora seguiamo e produciamo rapporti sugli utili trimestrali per 4.000 aziende“, afferma Justin Myers di Associated Press, il primo editore al mondo ad aver adottato l’automazione. “In precedenza ne coprivamo 400.” Ma ha tuttavia insistito che il fatto che i robot gestiscano il lavoro “di fatica” libera i giornalisti per scopi più elevati.

 

A permettere questa copertura è Wordsmith, l’azienda produttrice di un software in grado di sfornare migliaia di rapporti quasi istantaneamente. Il software è già stato applicato un po’ dappertutto, dai necrologi a Game of Thrones. Con soli 50 dipendenti, afferma di essere il più grande produttore di contenuti al mondo. Wordsmith consulta dati e prende le stesse decisioni standard che ogni giornalista deve affrontare nella scrittura di un testo: questa partita rappresenta per la squadra una “catastrofe” o solo una “sconfitta”? In effetti, Wordsmith è così bravo a concettualizzare istantaneamente da essere ormai utilizzato nel mondo iperbolico della politica. “Un’emittente ci ha chiesto di fargli lanciare sondaggi, creando un personaggio per vedere se la gente pensa che sia una persona o no“, dice il fondatore Robbie Allen.

 

Il giornalismo automatizzato non riguarda solo il volume, ma anche il targeting. “Per oltre 150 anni, le notizie si sono concentrate su storie di maggior interesse per la maggior parte delle persone. Ma ora un rapporto finanziario potrebbe includere un paragrafo mirato sul portafoglio azionario del lettore: “il mercato è in ripresa, se non avessi venduto i tuoi titoli IBM la scorsa settimana adesso avresti guadagnato”.

 

I ricercatori stanno anche cercando di trovare modi per utilizzare l’intelligenza artificiale per trovare storie che gli umani difficilmente scoprirebbero. “La maggior parte dei sistemi di linguaggio naturale descrive semplicemente un evento. Ma gran parte del giornalismo non è descrittivo, è guidato dagli eventi“, afferma David Caswell, del Donald W. Reynolds Journalism Institute dell’Università del Missouri. “Singoli eventi possono accadere in luoghi diversi, e la struttura narrativa principale è il rapporto causa/effetto tra quegli eventi.” Per dirla in termini giornalistici: chi, cosa, dove e quando.

 

Nel sistema ideato da Caswell, Structured Stories, la “storia” non è affatto una storia, ma una rete di informazioni che può essere assemblata e letta come testo, infografica o in qualsiasi altro formato, quasi come per le note musicali. Qualsiasi banca dati – dalle raccolte di giurisprudenza alle previsioni del tempo – potrebbe alla fine essere inserita in un database di questo tipo. Il potenziale per tali sistemi è enorme.

 

Ma l’accoglienza per l’intelligenza artificiale è stata molto meno positiva quando Facebook ha licenziato il suo team Trending Topics per sostituirlo con algoritmi al controllo delle principali storie mostrate nei feed. Questa misura era stata presa a seguito delle accuse mosse a Facebook di nutrire pregiudizi anti-conservatori, ma non ci è voluto molto perché gli algoritmi di Facebook si cacciassero nei guai per conto proprio.

 

Come Will Oremus ha spiegato a Slate: “L’ultima misura del social network di automatizzare la sua sezione di notizie” di tendenza “è fallita quando ha promosso una “fake news” da un discutibile sito di “propaganda di destra”. La storia, nella quale si sosteneva che Fox News aveva licenziato la giornalista Megyn Kelly per “tradimento”, aveva suscitato migliaia di reazioni su Facebook e probabilmente era stata vista da milioni di persone prima che Facebook la rimuovesse per “imprecisioni”.

 

Il futuro del giornalismo automatizzato è ancora incerto, ma, per evitare “incidenti” come quelli accaduti a Facebook, difficilmente gli editori rinunceranno alla supervisione ideologica umana anche per le loro macchine più avanzate.