Il giornalista greco Dimitris Konstantakopoulos traccia un parallelismo storico tra le manifestazioni dei gilet gialli in Francia e altri momenti drammatici della storia: la Rivoluzione francese, l’ascesa del nazismo – dovuta al fatto che il popolo ha “abbandonato” la sua rivoluzione in mani altrui -, l’assedio di Stalingrado. Le proteste che stanno percorrendo incessantemente la Francia – nonostante le violente reazioni delle forze dell’ordine, su cui l’Onu ha recentemente sollecitato un’indagine – rappresentano una presa di coscienza e una forte reazione da parte del popolo contro l’enormità del progetto totalitario neoliberale, la controrivoluzione che – eliminata qualsiasi influenza keynesiana e marxista sulle scienze economiche e sociali – ha portato alla distruzione dell’Urss e dei regimi nazionalisti arabi, ha già distrutto la Grecia e ora sta arrivando nel cuore dell’Europa. 

 

 

 

di Dimitris Konstantakopoulos, 6 marzo 2019

 

Euforica, con la risolutezza di un “noi” formato da molti, improvvisamente consapevole del suo potere, la folla si riversa fuori dalla stradina in cui era stipata fino alla spaziosa Place de la Republique, cantando la Marsigliese. È di gran lunga la canzone più popolare tra i gilet gialli.

 

La seconda più cantata è una canzone dei partigiani della seconda guerra mondiale (Chant  des  Partisans), anche se con le parole leggermente modificate. Ora la canzone esorta gli “sdentati”, gli “analfabeti”, i “fannulloni”, i “Galli testardi” – come Macron e i suoi servi hanno chiamato le persone che hanno rifiutato di abbracciare le sue “riforme” – a insorgere contro l’élite finanziaria, senza risparmiare lacrime e sangue, proprio come hanno fatto i patrioti francesi quando hanno combattuto contro i tedeschi. Occasionalmente puoi anche sentirli cantare l’Internazionale, che, comunque, era un adattamento della Marsigliese.

 

Nata come la canzone della Rivoluzione francese, la Marsigliese è oggi l’inno nazionale ufficiale della Francia. Chiama “les enfants (i figli) de la patrie “, i “cittadini” a “prendere le armi” e sollevare le “bandiere insanguinate” contro la “tirannia”, ora che è arrivato il “giorno della gloria”.

 

Il fantasma della rivoluzione

 

C’è una analogia dominante che viene indicata, indirettamente ma esplicitamente, da tutti – sia quando si discute con i rappresentanti dell’establishment francese o guardando le dimostrazioni dei gilet gialli o ascoltando gli slogan e le canzoni dei manifestanti qui in Francia; un’analogia che è stata fortemente percepita negli ultimi tre mesi durante i quali questo movimento spontaneo, nonostante l’inevitabile fatica, continua le sue mobilitazioni, prendendo d’assalto le aree rurali e periurbane francesi, diverse città di provincia, e ora tentando anche di penetrare nelle periferie metropolitane, i fortini della classe lavoratrice francese.

 

Questo paragone ineludibile, che appare in una grande varietà di forme, siano esse pianificate o spontanee, è la grande Rivoluzione francese del 1789.

 

Il suo fantasma sembra ossessionare i francesi e il loro paese. Se sia perché vogliono cancellarne la nozione o trarne ispirazione, non ne sono sicuro, ma alla fine questa è l’analogia che, in un modo o nell’altro, è tracciata da tutti; sia i manifestanti sia chi è schierato dalla parte del governo.

 

Chiunque voglia rendere convincente un’argomentazione politica, nella Francia di oggi, corre a “prendere in prestito” un personaggio o un simbolo del 1789. “Sei come Mirabeau”, si è scagliato l’altro giorno contro Mélenchon un critico “di sinistra”, accusandolo di essere troppo prono ai compromessi.

 

Sia attraverso simboli e analogie storiche sia grazie alla memoria collettiva, il ricordo è stato tramandato lungo dieci generazioni di francesi. La madre dell’Europa e della moderna democrazia si trova ora di fronte al suo passato, alla ricerca del suo futuro.

 

La Francia, in tutte le sue classi – a parte forse i manager anglofoni delle multinazionali francesi e alcuni neo-liberali e neoconservatori estremi che si vergognano della storia del loro paese – rimane intrinsecamente orgogliosa della sua rivoluzione, anche se rabbrividisce alla sua memoria.

 

Il tempo dei lacrimogeni

 

Benché la Marsigliese annunci la venuta del giorno della gloria, per ora è solo il tempo dei lacrimogeni, mentre un inferno di candelotti tempesta la manifestazione che lascia Place de la République. “Accidenti”, mi dico, parlando tra me e me, dopo avere visto Eric Drouet, il camionista che è diventato una “stella” del movimento dei gilet gialli, ma non riesco a raggiungerlo per fargli un’intervista. Sono intrappolato dalla furia che ha disperso la folla, tra quelli di noi fuggiti per trovare riparo e gli altri che continuano a spingere.

 

Drouet ha diverse centinaia di migliaia di follower sulla sua pagina Facebook e ormai parlargli è diventato difficile quanto parlare al Primo Ministro.

 

Ma sui gas lacrimogeni in questi giorni in Francia c’è poco da scherzare. Ci sono molti che quella mattina avevano iniziato la loro giornata con entrambi gli occhi e le braccia e la sera si sono ritrovati in un ospedale, con un occhio o un braccio in meno. La repressione della polizia è ovviamente un’arma a doppio taglio, visto che è già stata condannata da Amnesty International, esperti di diritto e parlamentari.

 

Da un lato scoraggia alcuni dall’unirsi alle manifestazioni, dall’altro scatena la rabbia. Allo stesso tempo, gli agenti di polizia sembrano avere raggiunto il loro limite, dopo avere trascorso giorni e notti nelle strade negli ultimi tre mesi, contando gli infortuni, senza straordinari pagati, per opporsi a manifestanti tra i quali potrebbero trovare le proprie mogli!

 

La ghigliottina

 

Un contestatore vestito con un abito del XVIII secolo martella ritmicamente il suo tamburo… nessuno sembra prestare attenzione a quel suono profondo e ripetuto, e non ce n’è bisogno. Come colonna sonora della dimostrazione, il messaggio trasportato dal battito ritmico è così inequivocabile che entra direttamente nella tua testa, probabilmente inavvertito dalla tua mente vigile.

 

È esattamente il suono che un tempo ha accompagnato Luigi XVI e Maria Antonietta in viaggio verso la ghigliottina alla fine del XVIII secolo, quello che risuona ancora una volta per le strade di Parigi. La loro decapitazione costituì l’atto fondatore della Repubblica francese e della moderna democrazia europea.

 

Detto questo, è anche lo stesso suono che, pochi anni dopo, accompagnò Maximilian Robespierre, il leader dei giacobini, alla sua orribile fine, senza che nessuno tra il popolo di Parigi alzasse un dito per salvarlo. Era la stanchezza e lo sfinimento delle persone stesse che Joseph Fouché usò per togliere di mezzo Robespierre. Il suo ruolo presenta alcune somiglianze con quello di Stalin nella rivoluzione russa.

 

Rispondendo alla domanda di Hemingway “per chi suona la campana”, un amico seduto accanto a me (psichiatra in uno dei grandi ospedali della capitale) mi offre una spiegazione del ripetersi sempre più frequente in tutto il paese del rituale della decapitazione di un’immagine del “Re-Macron “, che ha causato una reazione quasi isterica nei mezzi di comunicazione governativi: “I francesi hanno bisogno della loro storia per rinforzare il loro coraggio. Lo hanno fatto una volta, quindi possono rifarlo“. Naturalmente, questa è solo un’esecuzione “simbolica”, non reale.

 

È una rivoluzione?

 

Questo “carnevale” della ribellione può trasformarsi in una vera rivoluzione?

 

“Che cosa sta succedendo nel tuo paese? È una ribellione? Possiamo dire che è una rivoluzione?”, chiedo a Francois Asselineau, un uomo che conosce bene la storia francese e i trattati europei, profondamente gollista nella sua ideologia e leader di un piccolo partito che si batte per l’uscita della Francia dall’UE e dalla Nato.

 

Capisco che è turbato ed esita a rispondere – proprio come chiunque altro a cui io abbia posto la stessa domanda. Alla fine si gira verso di me: “Non lo so. Manca qualcosa. C’è una parte delle persone che non è pronta a mettere in gioco tutto”.

 

Ascoltandolo, quello che mi viene in mente è la diagnosi di Wilhelm Reich. Il famoso scrittore marxista-freudiano del periodo tra le due guerre contribuì a una delle analisi più acute sul nazismo e fu espulso dal Partito comunista e dall’Associazione psicoanalitica internazionale a causa del suo pensiero anticonformista e critico. Scrisse che ai tedeschi negli anni ’30 era andata male perché volevano una rivoluzione, ma ne avevano paura. Invece di farla da soli, incaricarono Hitler di farla per loro – e il resto è storia.

 

I limiti dei gilet gialli

 

Ma ci sono altre ragioni che spiegano il fatto che, sebbene la grande maggioranza dei francesi sia d’accordo con le richieste dei gilet gialli, solo una minoranza si sia unita alle loro manifestazioni.

 

Uno dei motivi è che, nonostante il fatto che metà dei francesi soffra sotto l’attuale regime, l’altra metà sembri stare bene… almeno, per ora: se i loro figli saranno in grado di permettersi lo stesso livello di vita è ancora in discussione.

 

La gente potrebbe anche pensare che, sebbene i gilet gialli stiano combattendo per la giusta causa, non hanno però trovato il sistema per raggiungere i loro obiettivi. Dopo tutto, che cosa potrebbe fare un singolo paese nel contesto della “globalizzazione” e della dittatura globale del capitale finanziario? Come si può ottenere davvero qualcosa?

 

Non vi è alcun dubbio sul fatto che le richieste sociali dei gilet gialli siano giuste. Senza dubbio alcune potrebbero essere soddisfatte attraverso una forma di “redistribuzione” della ricchezza, ma, alla fine, ciò che è necessario è una riforma radicale, quasi rivoluzionaria, del modello economico neoliberale.

 

I quarant’anni di decadenza e degenerazione della sinistra e della sua ideologia, durante i quali è stata eliminata qualsiasi influenza keynesiana e marxista sulle scienze economiche e sociali e le dottrine neo-liberali sono prevalse quasi ovunque, non hanno permesso la formazione di alternative convincenti all’ordine corrente.

 

Nel maggio 1968, l’idea dell’autogestione sociale generalizzata era in prima linea nelle nuove idee per l’organizzazione della società. Al giorno d’oggi, non se ne sente quasi più parlare. Questo può essere spiegato in parte da quello che è successo nei decenni successivi a quel maggio, ma non è solo questo.

 

I francesi oggi non stanno facendo una rivoluzione alla ricerca dell'”Utopia”, di una società migliore, come fecero 50 anni fa. Si sono ribellati perché sentono di avere le spalle al muro, sentono che forze al di fuori del loro controllo hanno preso il potere e vogliono distruggere la Francia, la sua democrazia, la sua gente e la sua società.

 

Questo è probabilmente il motivo per cui i giovani e gli intellettuali non partecipano alla rivolta come hanno sempre fatto in maniera preponderante nelle precedenti rivolte e rivoluzioni.

 

Le generazioni più anziane ricordano meglio, comprendono e sentono il significato di quello che è in gioco, di quello che sta per essere perso, di quello che sta arrivando. Hanno più strumenti per cogliere la gravità dell’avvicinarsi del totalitarismo rispetto sia alla parte di popolazione fatta da giovani istruiti, che sperano ancora che ci sarà un posto per loro, sia agli intellettuali (compresi i cosiddetti “rivoluzionari di professione”) che da tempo hanno smesso di essere motivati da qualsiasi cosa tranne il loro smisurato ego, direttamente proporzionale all’insignificanza della loro produzione intellettuale.

 

All’estremità opposta, i gilet gialli, cioè le classi popolari francesi, sembrano sapere molto bene come valutare i Melenchon, l’ex LCR, i loro sindacati… per non parlare di Marine Le Pen!

 

Per istinto e per la loro stessa esperienza sociale, percepiscono molto meglio di chiunque altro l’enormità del progetto totalitario che si trovano di fronte, della controrivoluzione che ha avuto inizio con il neoliberalismo e ha portato alla distruzione dell’Urss e dei regimi nazionalisti arabi. Ha già distrutto la Grecia e ora sta arrivando nel cuore dell’Europa.

 

In questo senso, la rivolta francese è importante quasi quanto la battaglia di Stalingrado nella Seconda guerra mondiale .

 

Forse è anche molto più importante, considerando i rischi incomparabilmente più grandi che l’umanità e la nostra civiltà affrontano oggigiorno come risultato delle tecnologie potenzialmente in grado di portare alla fine del mondo sviluppate dal 1945.