Purtroppo non stupisce scoprire che gli attentati in Sri Lanka si sono svolti in un contesto di conflitto sociale, dove la classe lavoratrice sottopagata cerca di ribellarsi alla classe dominante, influenzata dal conflitto geopolitico tra Pechino e Washington. Il governo ha subito approfittato dell’occasione per abolire molti diritti fondamentali dei cittadini, in special modo la libertà di manifestazione e di sciopero dei lavoratori.

 

 

Di K. Ratnayake e Peter Symonds, 23 aprile 2019

 

 

Il governo dello Sri Lanka ha approfittato dell’attentato terroristico di domenica, che ha ucciso almeno 290 persone, per imporre uno stato di emergenza nazionale che assegna alla polizia e ai militari poteri draconiani di arresto e detenzione.

 

Anche se non sono stati diffusi molti dettagli, gli attacchi di domenica hanno comportati esplosioni coordinate a pochi minuti una dall’altra, in tre chiese cristiane, stracolme per le funzioni della domenica pasquale, e in tre hotel di lusso. Probabilmente il conto delle vittime salirà, dato che molti dei 500 feriti sono in condizioni critiche.

 

Il World Socialist Web Site condanna questi orrendi attentati, che hanno ucciso indiscriminatamente uomini, donne e bambini innocenti, e hanno già offerto il pretesto per imporre misure antidemocratiche.

 

Anche prima che lo stato di emergenza fosse dichiarato, il governo aveva imposto a livello nazionale un blocco senza precedenti dei social media, inclusi Facebook, YouTube e WhatsApp, presumibilmente per impedire il diffondersi di “notizie false”. È già in essere il coprifuoco.

 

Lo stato di emergenza attiverà alcune clausole chiave del noto Atto per la Prevenzione del Terrorismo (PTA), che permette ai militari, così come alla polizia, di arrestare arbitrariamente per sospetto terrorismo e detenere i sospetti per lunghi periodi anche in assenza di incriminazione.

 

Il PTA, che permette anche che confessioni estorte con la tortura vengano utilizzate in tribunale, è stato usato ampiamente durante il brutale trentennio della guerra civile dai successivi governi di Colombo contro i separatisti delle Tigri di Liberazione del Tamil Eelam (LTTE).

 

I poteri di emergenza permettono anche la soppressione forzata di ”ammutinamento, sommosse e rivolte civili” e la garanzia dell’erogazione dei servizi essenziali – una misura che in passato è stata usata per sopprimere gli scioperi. La polizia e i militari avranno anche il potere di entrare ovunque per fare perquisizioni, di prendere il controllo delle proprietà e di acquisire forzatamente proprietà anche diverse dalla terra.

 

Il WSWS avverte che queste misure profondamente antidemocratiche sono, soprattutto, dirette contro la classe lavoratrice, nel mezzo di una ripresa di scioperi e proteste contro le dure misure di austerità del governo. Centinaia di migliaia di lavoratori delle piantagioni hanno scioperato lo scorso dicembre per chiedere il raddoppio dei loro stipendi sulla soglia della povertà, prima di essere venduti dai sindacati.

 

Una delle prime azioni del governo sotto lo stato di emergenza è stata la messa al bando di tutti gli incontri e le manifestazioni per il Primo Maggio – un chiaro segno che il vero obiettivo del giro di vite è la classe lavoratrice. Il Primo Maggio è tradizionalmente osservato da una grande parte della classe lavoratrice dello Sri Lanka come giornata della solidarietà internazionale tra lavoratori.

 

Gli attentati sono avvenuti nel mezzo di un’acuta crisi politica nei circoli di potere di Colombo, alimentata sia dalle crescenti lotte di classe sia dall’intensa rivalità geo-politica tra gli Stati Uniti e la Cina.

 

L’attuale presidente dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, è arrivato al potere alle elezioni del 2015, sostituendo Mahinda Rajapakse in quella che è stata un’operazione di cambio regime orchestrata da Washington, con l’aiuto di Ranil Wickremesinghe, che è stato nominato Primo Ministro. Gli Usa erano ostili alle relazioni ravvicinate di Rajapakse con la Cina.

 

Tuttavia, tre anni dopo Sirisena e Wickremesinghe sono caduti, dopo che la popolarità del governo era rapidamente crollata in conseguenza dei suoi aggressivi attacchi alle condizioni di vita della classe lavoratrice. Lo scorso ottobre Sirisena ha licenziato Wickremesinghe, ha nominato come primo ministro Rajapakse e poi ha sciolto il parlamento. Sotto la pressione di Washington, è stato obbligato a fare un voltafaccia e reinstallare Wickremesinghe, dopo che la Corte Suprema ha definito incostituzionali le sue azioni.

 

Gli attentati di domenica sono avvenuti nel contesto di queste aspre rivalità, intrighi e maneggi. La rivelazione più straordinaria, ad oggi, è che dieci giorni prima degli attentati la polizia dello Sri Lanka aveva ricevuto un’allerta dall’intelligence straniera, che metteva in guardia specificamente rispetto a piani per “portare a termine attacchi suicidi mirati contro chiese importanti” dal gruppo islamico National Thowheeth Jamma’ath (NTJ).

 

Nel disperato tentativo di sviare la rabbia pubblica per il fallimento della polizia nell’agire, le fazioni rivali guidate da Wickremesinghe, Sirisena e Rajapakse stanno tutte accusandosi a vicenda. Tuttavia, nessuna delle domande ovvie ha ricevuto risposta: come è possibile che un piccolo e sconosciuto gruppo islamico, noto in precedenza solo per avere sfigurato statue buddiste, abbia ottenuto le risorse e le capacità necessarie per pianificare un attacco sofisticato e coordinato, che includeva attentatori suicidi e che avrebbe richiesto mesi di preparazione?

 

Inoltre, come è possibile che la polizia, l’esercito e i servizi di intelligence, temprati da decenni di guerra civile, non abbiano agito, anche dopo che un allarme di intelligence aveva indicato i probabili attentatori? L’establishment politico di Colombo e l’apparato di sicurezza sono legati allo sciovinismo singalese buddista e hanno forti legami con gruppi estremisti buddisti, che in passato hanno attaccato cristiani e musulmani e i loro luoghi di culto.

 

Mentre i ministri governativi hanno additato una oscura “rete internazionale”, non si può escludere che  i colpevoli si trovino più vicini. Potrebbe forse essere che una fazione dell’apparato militare abbia chiuso un occhio nei confronti dell’attacco in arrivo, o abbia perfino manipolato gli attentatori per favorire i propri obiettivi politici? Questo è certamente possibile, data la lunga storia di sporchi raggiri e crimini di cui si sono macchiate le forze di sicurezza durante la lunga guerra civile nell’isola.

 

In un commento particolarmente significativo alla BBC, il ministro delle telecomunicazioni Harin Fernando ha dichiarato: “Ci sono molti modi di vedere quanto accaduto, ma in questo momento la nostra prima priorità è di trovare quello che ha spinto questi 8 o 10 o 12 uomini a perpetrare l’attacco. Ma non escludiamo neanche un colpo di Stato [corsivo aggiunto]”.

 

Qualunque imbroglio ci sia o non ci sia dietro agli attentati, tutte le fazioni della classe al potere, nonostante la loro aspra rivalità, sono totalmente unite su una questione fondamentale: una paura intensa di, e un’ostilità verso, le crescenti difficoltà della classe lavoratrice.

 

L’imposizione di misure da stato di polizia in Sri Lanka, inclusa, per la prima volta, la chiusura dei social media, è parte integrante dell’agenda anti-democratica che viene imposta in tutto il mondo. Lo scorso mese, all’indomani dell’attacco fascista contro le moschee della Nuova Zelanda, il governo censurò Internet e sta ampliando l’apparato repressivo dello stato. Ora gli attentati in Sri Lanka vengono sfruttati per creare nuovi precedenti, che saranno anch’essi implementatati altrove in Asia e in tutto il mondo.