In un articolo pubblicato su Social Europe lo storico britannico  Adam Tooze, professore alla Columbia University, spiega l’assurdità della regola del “pareggio di bilancio strutturale” che informa le manovre di bilancio dei paesi dell’eurozona. Come già ampiamente noto da chi segue il dibattito italiano (per esempio senza essere esaustivi se ne tratta ampiamente qui e anche qui), tale regola non solo è assurda perché impone un obiettivo di pareggio del bilancio di per sé insensato e risalente a una concezione ottocentesca della finanza pubblica, ma anche per la famigerata misurazione dell’output gap, che se in teoria dovrebbe ammorbidire la rigida regola del pareggio adeguandola alle diverse fasi del ciclo economico, in realtà per come è concepita arriva addirittura ad approfondire gli squilibri invece che attenuarli. Pur senza rinunciare a battere un colpo a favore della narrazione liberista della crisi e della “indisciplinatezza” dei nostri conti pubblici (per una più corretta visione rimandiamo alle basi), Tooze ha l’onestà di denunciare come le istituzioni europee utilizzino modelli tecnici falsamente neutrali per giustificare scelte politiche di parte. Di conseguenza l’Italia sarebbe assolutamente nella ragione a pretendere di intervenire con una manovra espansiva anticiclica.

 

 

Adam Tooze, 30 Aprile 2019 

 

Adam Tooze spiega come una falsa precisione in economia abbia portato nell’UE a una pessima politica

 

Le idee economiche, se collegate alla misurazione e alla definizione delle politiche economiche, hanno potere. La conoscenza determina le decisioni e aiuta a giustificare in pubblico le politiche adottate. Nella fase attuale questa concezione razionale della politica economica deve essere difesa dalla politica della “post-verità”.

 

Confrontarsi apertamente con l’irrazionalità e l’ignoranza è cosa facile. Ma che dire del ruolo che l’economia stessa gioca nel sostenere l’ordine esistente delle cose, con tutti i suoi problemi? Sin dal loro inizio nel XVIII secolo, le idee e le statistiche economiche hanno avuto una profonda valenza politica. E non sono solo le grandi idee, come la “libertà di scelta” e la “razionalità del mercato”. Concetti apparentemente innocui possono avere effetti significativi nel limitare la politica e plasmare la realtà sociale ed economica. Sostengono la negazione normalizzata. La nozione dell’output gap (differenza tra Pil effettivo e Pil potenziale, ndt), un concetto e una misura statistica che stanno al cuore della politica economica europea, è una di queste variabili.

 

L’idea alla base dell'”output gap” è abbastanza chiara. La politica monetaria e fiscale deve essere valutata in rapporto a qualcosa. Non è sufficiente dire che la politica fiscale è espansiva o la politica monetaria è restrittiva. Quello che dobbiamo conoscere è lo stato dell’economia su cui agisce la politica. In risposta a una recessione sarà opportuno uno stimolo fiscale. Ma in che misura? La risposta dipende da quanto è depressa l’economia: quanto il suo attuale livello ciclico è lontano dal suo potenziale strutturale. Viceversa, in risposta a un boom, ci si aspetterebbe una stretta della politica economica, tanto più che un boom tenderà a migliorare la posizione fiscale generando maggior gettito. Ma, ancora, in che misura?

 

Nel formulare tali giudizi, la nostra valutazione dipende dal divario tra il livello attuale di produzione e quel valore che non è direttamente osservabile: l’output potenziale. La domanda è come valutare il valore di riferimento del prodotto potenziale.

 

L’industria del calcolo dell’output gap

 

Dagli anni ’60, da quando l’economista di Yale ‘Art’ Okun formulò per la prima volta l’idea di base, è cresciuta una vera e propria industria del calcolo dell’output gap. Il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Unione europea pubblicano stime per tutte le principali economie avanzate.

 

E non si tratta di semplici e innocui esercizi statistici. Le stime dell’output gap sono al centro delle cosiddette previsioni dei Greenbook fornite al Consiglio direttivo della Federal Reserve statunitense. Nel quadro di bilancio dell’UE, gli “output gap” servono da base per la stima dei “pareggi di bilancio strutturali”, che definiscono gli obiettivi fiscali per ciascuno Stato membro della zona euro. Ai paesi che sono al di sotto del loro potenziale è lasciato un più ampio margine di manovra fiscale. Avviene il contrario per i paesi con output gap ‘positivi’. Secondo il Fiscal Compact, operativo dal 2013, i disavanzi strutturali dovrebbero essere ridotti al tasso dello 0,5 per cento all’anno.

 

Ma come viene calcolato il massimo prodotto potenziale? Non solo è un valore ipotetico, ma, se la nozione di potenziale viene presa sul serio, implica anche la formulazione di ipotesi sul futuro. La questione ha preoccupato gli esperti fin dall’inizio. Nel contesto della Commissione europea, il prodotto potenziale è definito come il livello di produzione in cui capitale e lavoro sono impiegati a “livelli non inflazionistici”. La stabilità dei prezzi è quindi il parametro fondamentale per determinare la produzione sostenibile e la crescita del prodotto.

 

I dati relativi allo stock di capitale derivano da un database noto come AMECO. Nel calcolo sono un elemento relativamente stabile. Ciò che realmente determina le stime sono i dati sull’occupazione e la crescita della produttività. Per stimare i loro percorsi di crescita sostenibili a lungo termine, gli economisti della Commissione impiegano una tecnica statistica nota come filtro di Kalman. Per esprimersi con parole comprensibili ai profani, si tratta approssimativamente di una media mobile delle prestazioni passate. Ciò significa che l’output potenziale deriva dalle sue stesse tendenze storiche, continuamente aggiornate con le ultime informazioni disponibili.

 

Estrapolare sulla base dei dati passati significa che le stime dell’output potenziale sono ancorate all’esperienza storica. Ma significa anche che le stime del potenziale non sono, di fatto, indipendenti dai risultati della produzione effettiva. Se combinate con rigide regole fiscali, le stime retrospettive dell’output potenziale possono avere effetti veramente perversi.

 

Se un’economia cresce rapidamente, come la zona euro prima del 2008, il prodotto potenziale sarà rivisto al rialzo. Quando economie come l’Irlanda e la Spagna erano in piena espansione, le stime del loro output potenziale risultavano più generose, così che la loro crescita effettiva risultava meno evidente. Ciò a sua volta faceva sì che la loro posizione fiscale fosse giudicata sufficientemente restrittiva. La “competenza tecnica” ha contribuito a rafforzare l’eccessivo ottimismo.

 

Dal 2008 ci siamo trovati davanti all’effetto opposto. A causa del modo di lavorare dell’econometria, la prolungata recessione nell’eurozona ha depresso le stime della Commissione sulla produzione potenziale, provocando l’effetto di ridurre il divario tra l’output effettivo e quello potenziale stimato. Poiché le aspettative erano diminuite e di conseguenza la minor crescita e la più elevata disoccupazione erano ridefinite come valori normali, lo stimolo correttivo della politica fiscale era considerato meno necessario e quindi lo spazio di manovra fiscale è diminuito.

 

 

Nel caso italiano l’effetto è stato drammatico. Nel 2018, a dieci anni dall’inizio della crisi, con l’alta disoccupazione e la bassa crescita divenuti norma, le stime della produzione potenziale in Italia sono state riviste al ribasso di un valore tra il 15 e il 20 per cento – di conseguenza anche una modesta crescita economica è stata sufficiente a spingere l’Italia al di sopra del suo limite di produzione potenziale e far registrare un output gap positivo. Con la disoccupazione ancora vicina all’11 per cento, la sua economia è stata dichiarata surriscaldata. Sarebbe un’assurdità se non fosse veramente accaduto che il governo di Roma è stato coinvolto in una battaglia sul filo del rasoio con Bruxelles sul suo bilancio, vicenda in cui il saldo di bilancio strutturale ha svolto un ruolo chiave.

 

Ovviamente per l’Italia non si pone solo il problema del semplice deficit di bilancio. Ciò che è veramente pressante è il suo debito, eredità della mancanza di disciplina fiscale degli anni ’80 e ’90. Il suo sistema educativo porta alla dispersione di troppi giovani. Il mercato del lavoro non è flessibile e la pubblica amministrazione è sclerotica. Indubbiamente la pressione della globalizzazione sull’economia manifatturiera italiana orientata all’export sta diventando ogni anno più severa. Ma non è plausibile sostenere che tutti questi fattori si siano improvvisamente intensificati in modo così drammatico da spiegare il crollo della crescita dopo il 2008. Una parte significativa del rallentamento dell’Italia non è rappresentata da una stagnazione della crescita potenziale ma dalla carenza di domanda.

 

Politica economica pessima

 

Cattive stime degli output gap non si limitano a produrre una cattiva politica economica. Danno anche luogo ad una politica economica pessima. Se si volesse scrivere una sceneggiatura per sostenere le rivendicazioni della politica anti-sistema in Europa, assomiglierebbe alla posizione politica della Commissione. I politici nazionalisti di destra promettono un nuovo audace futuro. Molte di queste promesse sono irrealistiche e irresponsabili; è giusto denunciarle come tali. Ma aderire all’assurda affermazione che l’Italia nella primavera del 2019 si trovi sostanzialmente nella stessa posizione ciclica rispetto al suo potenziale nazionale della Germania – circa lo 0,3-1% al di sopra del potenziale – invita decisamente a una ostinata risposta di questo tipo.

 

Se i centristi vogliono prevalere nel dibattito politico devono offrire una propria visione costruttiva del futuro. Una scala mobile tecnocratica, che limita la nozione di potenziale di uno stato membro alla meccanica proiezione dell’ultimo triste decennio, non è realistica, ma fatalista.

 

 

Come ha osservato una volta il sociologo Harold Garfinkel, di solito ci sono buone ragioni organizzative e politiche per dei cattivi dati. L’UE è un organismo politico estremamente complesso. Dal 1999 il cosiddetto Gruppo di Lavoro sull’Output Gap del Comitato di politica economica del Consiglio europeo ha sviluppato procedure di lavoro formalizzate. I criteri di base del modello che ha sviluppato, che è alla base delle stime pubblicate dalla Commissione, sono la trasparenza e la garanzia di parità di trattamento dei membri. La politica impone che debba essere un approccio unico valido per tutti.

 

Ma è destinato a funzionare per alcuni stati meglio che per gli altri – ed è qui che entra in gioco il terzo requisito inespresso. Qualunque sia la formula, deve ottenere l’approvazione degli stati membri più conservatori. Le stime dell’output gap, in breve, sono politiche perseguite tramite i mezzi tecnici dell’economia.

 

Chi può dunque scuotere la Commissione dalla sua meccanica riproduzione intellettuale di un regime di stagnazione economica? La critica da parte del grande pubblico è importante, ma è troppo facilmente ignorata da coloro che si trovano all’interno dell’apparato. Questo è il motivo per cui la campagna dei social media “Against nonsense output gaps” (Contro il nonsenso degli output gap, ndt) montata da Robin Brooks, capo economista dell’Istituto di Finanza Internazionale (IIF), è degna di nota.

 

L’IIF è il gruppo di pressione del settore finanziario. Ha rappresentato le banche nei negoziati sul regolamento di Basilea III e i creditori nei colloqui sul debito greco del 2011-12. Questi non sono outsider. E Brooks cerca di mobilitare un centro di esperti ancora più importante, il FMI.

 

Il Fondo potrebbe non sembrare il partner giusto da invocare per criticare un meccanismo fiscale eccessivamente restrittivo. Dal primo salvataggio greco del maggio 2010, è stato profondamente coinvolto nella gestione pasticciata della crisi dell’eurozona. Ma le sue valutazioni retrospettive sono state ammirevolmente franche nella loro critica al suo coinvolgimento nella politica disastrosa di “extend and pretend” (andare avanti e fare come se tutto andasse bene, ndt) , in particolare in Grecia. Diversi economisti del FMI si sono esposti per criticare l’accordo in Irlanda. Da capo economista, Olivier Blanchard ha demolito la logica razionale dell’austerità. Quando si arriva allo stato attuale dell’eurozona, tuttavia, il Fondo ricade nei suoi vecchi schemi.

 

Una straordinaria pretesa

 

Nella primavera del 2019, il FMI ha pubblicato la sua valutazione dello stato delle principali economie avanzate. Inevitabilmente ha incluso le stime dell’output gap. A differenza della Commissione, il Fondo valuta l’Italia al di sotto del suo potenziale, ma solo dell’1 per cento. Questa è una straordinaria pretesa. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, dal 2007 l’economia italiana si è ridotta in termini pro capite dell’8%. Allo stesso tempo, la Germania è cresciuta del 12% e quella degli Stati Uniti del 10%, ma in termini ciclici tutti e tre i paesi sono giudicati pari a 1-1,4 per cento della loro produzione potenziale.

 

 

Tali statistiche ingannevoli oscurano ciò che dovrebbe essere al centro del dibattito politico. Se prendiamo per buone le stime dell’ouput gap, tutta l’attenzione deve concentrarsi sul fatto che il potenziale di crescita dell’Italia è collassato. Ha subito una crisi strutturale eccezionalmente grave e il rilancio degli investimenti deve essere la priorità. Se la cifra dell’output potenziale è sbagliata, tuttavia, l’Italia è, in effetti, ben al di sotto del trend e il FMI dovrebbe quindi chiedere all’Eurozona di intervenire con un significativo stimolo fiscale anticiclico.

 

Ciò che è inconcepibile è che vengano prodotti dei dati che suggeriscono che al momento l’Italia e la Germania dovrebbero fare una manovra fiscale sostanzialmente simile. Questo significa normalizzare un disastro economico-politico.

 

Naturalmente, l’alto debito italiano significa che il perseguimento di una politica più espansiva non è privo di rischi. Ma questo è un problema che deve essere affrontato a livello europeo. Ciò che è innegabile è che non esiste una soluzione valida, né finanziariamente né politicamente, se non che l’Italia ritorni a crescere

 

Abbandonare il bromuro dei dati errati non produrrà di per sé una soluzione. Ma senza riconoscere e con correttezza rispondere dell’aborto della politica economica in Europa sin dal 2008, non possiamo andare avanti in termini politici o di politica economica.