Sul tema delle imminenti elezioni per il Parlamento europeo, alcuni spunti di riflessione ci vengono dagli articoli pubblicati da due importanti quotidiani europei: “Cosa c’è in gioco nelle elezioni europee 2019” del Financial Times e “Nessuna elezione europea potrà mai deviare di un millimetro dalla sua rigida rotta lo stato profondo dell’UE”  del Telegraph. Di entrambi  riportiamo ampi stralci.

 

Secondo il Financial Times, il risultato di queste elezioni, dalle quali dovrebbe emergere una nuova e forte ondata euroscettica e nazionalista, anche se ancora minoritaria, contribuirà a dare forma all’agenda politica di Bruxelles per i prossimi cinque anni, aprendo la strada a un cambiamento delle politiche europee.

 

A questo proposito, è  risaputo che il Parlamento europeo non dispone di grandi poteri, in quanto condivide l’approvazione di regolamenti e direttive con il Consiglio dei Ministri, senza nemmeno avere l’iniziativa legislativa, di cui la Commissione detiene il monopolio. Oltre a questo, il Parlamento europeo ratifica i trattati e ha il potere di approvare la nomina del Presidente della Commissione e incidere sulla nomina dei vari Commissari.

 

In che modo dunque le elezioni del 2019 cambieranno il corso dell’Unione? Così risponde il FT:

 

I deputati sono eletti a livello nazionale e in seguito vengono assegnati ai diversi gruppi del Parlamento europeo. I due principali gruppi pro-UE, il PPE e i Socialisti, rischiano di perdere terreno. Per la prima volta potrebbero perdere la loro maggioranza congiunta. Potrebbero non arrivare alla maggioranza nemmeno con l’appoggio dei Liberali. Il Parlamento europeo sta diventando più frammentato, come la politica nazionale in tutta Europa. I Verdi potrebbero acquistare potere di influenza grazie a un aumento dei consensi in Germania, ma lo stesso potrebbero fare i nazionalisti e gli euroscettici. 

 

Si prevede che i nazionalisti e gli euroscettici conquistino peso, in particolare in Italia, in Spagna e, in misura minore, in Germania. Già nelle ultime elezioni del 2014 in Francia, Polonia, Ungheria e Regno Unito o sono arrivati primi o ci si sono avvicinati molto, e probabilmente riaccadrà. Gli euroscettici di sinistra e di destra potrebbero aggiudicarsi un terzo dei seggi, rafforzati dalla temporanea presenza degli eurodeputati britannici pro-Brexit.

 

Al di fuori del contingente britannico pro Brexit, nessun partito euroscettico sostiene apertamente l’uscita dall’UE. Vogliono invece portare l’UE in una direzione più conservatrice, con meno interventi da Bruxelles. Ci sono grandi differenze tra i vari partiti nazionalisti. Ma insieme potrebbero ostacolare l’agenda del Parlamento e quindi dell’UE. I nazionalisti possono assumere il controllo di alcune Commissioni e formare minoranze di blocco contrastando l’azione dell’UE in alcune aree, per esempio le procedure di infrazione nei confronti degli Stati in caso di violazione delle regole. Se i partiti mainstream sono divisi, una minoranza nazionalista potrebbe spingere il Parlamento a essere più duro sulla migrazione o sui trattati di liberalizzazione del commercio.”

 

L’altro aspetto non secondario, anzi forse di prioritaria importanza, sottolineato dal Financial Times è che i risultati delle elezioni per il Parlamento europeo potrebbero anche avere importanti ripercussioni nella politica interna di alcuni paesi, come ad esempio l’Italia, dove, a prescindere da quanto possa essere realistica la previsione di elezioni anticipate formulata dal quotidiano, certamente una forte affermazione della Lega potrebbe modificare gli equilibri di potere all’interno della compagine di governo, rinforzando le posizioni più euroscettiche che erano nel programma della Lega prima del cosiddetto contratto di governo con i 5 Stelle, stipulato come alleato di minoranza col 17%.

 

“La Gran Bretagna non è l’unico paese in cui potrebbero esserci grandi ripercussioni politiche interne. Si prevede che la Lega di Matteo Salvini riporterà una decisa vittoria in Italia, superando il Movimento Cinque Stelle, suo partner nella coalizione di governo. La vittoria potrebbe incoraggiarlo a uscire dalla coalizione e provocare le elezioni anticipate, per cementare il suo vantaggio politico. Un pessimo risultato per i socialdemocratici in Germania potrebbe accelerare la fine del governo della grande coalizione di Angela Merkel. La sconfitta per il partito di governo Law and Justice in Polonia potrebbe danneggiare le sue possibilità nelle prossime elezioni politiche che si terranno in autunno. Emmanuel Macron sta affrontando il suo primo test elettorale da quando è diventato Presidente, due anni fa, mentre il partito Popolare di centro-destra in Spagna potrebbe entrare in crisi.”

 

L’altro articolo di Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph, “Nessuna elezione europea potrà mai deviare di un millimetro dalla sua rigida rotta lo stato profondo dell’UE”, pone seri argomenti su cui riflettere. Il giornalista infatti afferma che se anche l’elezione al Parlamento europeo di un nutrito gruppo di euroscettici può senz’altro rappresentare una scossa per la politica interna della Francia o dell’Italia, non cambierà assolutamente nulla nella “governance” dell’UE. Lo stesso Steve Bannon, questa settimana, ha parlato delle elezioni del Parlamento europeo qualificandole come “una delle elezioni più importanti di sempre”, e tuttavia, secondo Pritchard, una volta che il clamore si sarà calmato l’inesorabile macchina della UE riprenderà il suo ferreo controllo.

 

Seguiamo il suo ragionamento.

 

Il gruppo degli euro-ribelli non ce la farà mai a capire dove si trovano gli interruttori della luce dell’Espace Leopold a Bruxelles. Non padroneggiano le procedure e non sono capaci di stringere d’assedio le potenti commissioni che “co-decidono” —vale a dire, possono porre il veto o riscrivere – il 60 per cento delle nuove normative che calano dall’alto sui Parlamenti nazionali. La loro vocazione è la critica.

 

Le questioni quotidiane vengono lasciate alla squadra tedesca e ai suoi satelliti. Con questo non voglio portare avanti un argomento anti-tedesco, ma semplicemente affermare un fatto della vita europea. I deputati tedeschi sono legislatori di carriera. L’elezione è il primo passo di un incarico permanente.

 

Sono promossi attraverso un sistema di liste di partito per anzianità e diligenza. Quando si arriva al dunque, operano come una sola coorte, superando le differenze che separano socialdemocratici e democristiani. La Grande Coalizione di oggi a Berlino è già stata a lungo operativa a Strasburgo.

 

Questa professionalità è il motivo per cui i due gruppi principali sono entrambi gestiti dai tedeschi. Manfred Weber guida il blocco del centro-destra (EEP) e Udo Bullmann guida i socialisti. Klaus Welle gestisce la sala macchine come segretario generale del parlamento, mentre il suo connazionale Martin Selmayr opera in tandem come capo dell’apparato della Commissione. I punti nodali sono nelle competenti mani tedesche.

 

Quello che mi ha colpito durante la crisi bancaria dell’eurozona — se la si chiama “crisi di debito” ci si arrende alla falsa narrazione dei creditori — è come Berlino abbia silenziosamento assunto il controllo di ogni organismo che contava. Klaus Regling ha guidato i fondi di salvataggio (EFSF e ESM). Un diligente esecutore agli ordini di Wolfgang Schauble è stato messo alla guida dell’Eurogruppo.”

 

Per mostrare questa inesorabile resilienza dello stato profondo della UE, Pritchard ripercorre l’episodio da molti dimenticato della Convenzione di Laeken. All’inizio del secolo, ricorda Pritchard,  si era diffusa un’ondata di sfiducia e di protesta nei confronti delle istituzioni europee:  i danesi e gli svedesi avevano votato no all’euro, e gli irlandesi con referendum avevano rifiutato la ratifica al trattato di Nizza, i vertici europei erano il bersaglio di veementi proteste e iI vertice di Laeken  si era svolto dietro una fortezza di filo spinato:

 

In quel momento di ricerca dell’anima i leader europei flirtarono brevemente con la ritirata. I popoli europei ormai vedevano l’UE come una “minaccia alla loro identità” – leggi la Dichiarazione di Laeken – e non c’era alcun desiderio di “un superstato europeo e di istituzioni europee che si insinuassero in ogni aspetto della vita”.

 

I leader promisero di abbandonare la brutta abitudine di ricorrere ai trattati. Avrebbero restituito il potere agli stati membri. Una Convenzione, ispirata alla Convenzione di Filadelfia del 1787 e composta in parte da deputati dei Parlamenti nazionali, avrebbe scritto una costituzione europea per ripristinare la “legittimità democratica”.

 

Menziono questo episodio dimenticato perché quanto è successo rappresenta una lezione. Gli addetti ai lavori hanno dirottato il processo. I propositi dissidenti dei sostenitori degli stati nazione furono annullati nei gruppi di lavoro. Il potere era affidato alla regale presidenza di Valéry Giscard d’Estaing. Egli impiegò gli avvocati della Commissione per redigere il documento. Le volpi hanno preso il controllo del pollaio.

 

“Era un gruppo auto-selezionato dell’élite politica europea”, dichiarò Gisela Stuart, l’inviato di Tony Blair al praesidium. Quella dura esperienza l’ha resa un Brexiteer.

 

Come temeva, il testo finale proponeva un Presidente dell’Unione europea, un ministro degli Esteri, un dipartimento per la giustizia e soprattutto un tribunale supremo europeo competente per la prima volta su tutti i settori della politica (vale a dire, diritto dell’Unione e diritto comunitario, con la carta dei diritti che apre le porte a tutto). Praticamente l’impalcatura di un aspirante stato. Laeken era stato capovolto.” 

 

Anche se la costituzione fu respinta dai referendum francesi e olandesi, il processo non si fermò, perché come disse Giscard d’Estaing a Le Monde nel 2007: “L’opinione pubblica sarà guidata, senza rendersene conto, ad adottare le proposte che non osiamo presentare direttamente”. Infatti la Merkel ripropose lo stesso testo della costituzione europea come trattato di Lisbona e il trattato fu ratificato senza referendum grazie a un golpe dell’esecutivo e con la complicità delle élite filo-europee nei parlamenti nazionali. Solo agli irlandesi fu necessariamente concesso un voto popolare — perché previsto dalla loro Costituzione —e avendo bocciato il trattato furono poi costretti a votarlo di nuovo con la pistola alla tempia del crollo post-Lehman del 2009.

 

Questa volta sarà diverso? si chiede Pritchard.

 

Pritchard è convinto della posizione autenticamente euroscettica di Salvini, il quale, dice “ha compreso la sfida e sa benissimo che per rompere la morsa della Curia politica dell’UE l’intera sovrastruttura gramsciana deve essere sovvertita”  E tuttavia si dice purtroppo  abbastanza scettico sulla possibilità di vincere questa guerra di trincea europea, che dura da quasi trent’anni, e pensa che nulla di sostanziale cambierà fino a quando non sarà la stessa Germania a perdere fiducia nel progetto dell’euro, magari a causa del debito italiano che alla fine costringerà la Bundesbank a tagliare il sostegno Target2 alla Banca d’Italia.

 

Su Salvini, afferma che lui e Orban non si possono più considerare degli sprovveduti outsider, e tuttavia dice che “l’uomo forte della Lega ha troppa fretta. La lunga e lenta marcia attraverso le istituzioni non fa per lui.”

 

Sicuramente Pritchard non è un ingenuo e ha capito perfettamente come sia difficile muoversi all’interno delle istituzioni di uno stato profondo, sia questo uno stato nazionale occupato da amministratori pubblici e dirigenti fedeli al vecchio regime, sia e a maggior ragione quando si tratta delle imperscrutabili entità europee.

 

A tutto questo si possono però aggiungere alcune osservazioni.

 

La prima è che ora ci troviamo in un momento storico in cui torna possibile riprendere la guerra di trincea e finalmente imboccare l’uscita da questo meccanismo mostruoso. Occorre in primo luogo dare una scossa ai governi nazionali dei singoli paesi, e del nostro in particolare, perché possa meglio difendere e portare avanti con decisione l’interesse del popolo.  La guerra dentro la UE non sarà facile né breve, ma se Pritchard potrebbe anche avere ragione  nel dire che Salvini non ha la vocazione alla lunga marcia dentro le istituzioni,  è pur vero che comunque ha avuto la capacità di circondarsi dei migliori intellettuali di cui oggi il paese dispone, di una straordinaria competenza e capaci di agire con intelligente prudenza ed efficacia. Non facciamo loro mancare il nostro appoggio. Se lo stato profondo UE non si smuoverà, e molto probabilmente non lo farà, saranno forti abbastanza da porre argini e guidarci verso una via d’uscita. Il momento è adesso, dobbiamo sfruttarne ora le potenzialità, perché queste condizioni non si ripresenteranno, o comunque non certo prima di aver dovuto attraversare un lunghissimo e duro inverno, ancora peggiore di quello in cui ci troviamo.