Un articolo dello Spectator pone la Brexit e le prossime possibili elezioni nel Regno Unito nel contesto della divisione del potere tra parlamento – ovvero rappresentanti del popolo – e insiemi di norme che diventano di pertinenza dei giudici. La battaglia in corso, sostiene, è tra quanto è vincolato a norme immutabili – come quelle che regolano l’Ue (che qualcuno, ricordate?, apprezzò proprio perché “al riparo dal processo elettorale”) – e quanto può essere modificato da scelte democratiche dei parlamentari che rappresentano il popolo.

 

26 ottobre 2019

 

 

 

È diventata una nozione condivisa che stiamo andando verso elezioni “popolo contro parlamento”. Ma è una interpretazione fallace. Chi può sedere in parlamento nel nostro sistema politico è l’unica questione su cui il popolo ha un controllo quasi totale. Il motivo per cui tanti parlamentari stanno cercando di evitare le elezioni generali è che sanno che l’elettorato deciderà se manterranno o meno il loro posto di lavoro, motivo per cui tanti di loro cercano di non arrivarci. La vera battaglia in corso è quella che oppone il parlamento alla legge: dove i parlamentari, rendendosi conto che non riescono a ottenere il sostegno democratico per molte scelte politiche, cercano ora di approvare leggi per impedire al parlamento (e quindi al popolo) di modificarle in seguito.

 

Si tratta quindi di una lotta di potere leggermente diversa. Questa è in corso tra il diritto del governo di governare e una infrastruttura permanente di norme inviolabili: scelte politiche che il popolo – o, in particolare, i parlamentari che il popolo ha scelto per farsi rappresentare – non è più in grado di cambiare. La nuova battaglia ci parla di come è alimentato il nostro sistema. Di quanto il nostro sistema parlamentare può modificare e di quanto viene tenuto fuori dalla portata degli elettori.

 

Le argomentazioni contro il disegno di legge sull’uscita dalla Ue di Boris Johnson ne offrono un esempio perfetto. L’opposizione laburista ha rifiutato di appoggiare il disegno di legge, adducendo il timore che avrebbe portato all’erosione dei diritti dei lavoratori. Un gruppo di parlamentari di partiti diversi ha presentato un emendamento per chiedere che gli standard ambientali non vengano ammorbiditi. Tuttavia, il disegno di legge sul ritiro non riguarda nessuna delle due questioni: stabilisce semplicemente i termini della uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Ciò significherebbe che problemi di questo tipo potranno essere affrontati in futuro da Jeremy Corbyn, Boris Johnson o da chiunque sia il prossimo leader. Il tentativo di inserire queste leggi ora, e renderle obbligatorie a livello europeo, fa sì che non possano più essere modificate in seguito da un nuovo Primo Ministro. Significa fuggire dalla forza della democrazia.

 

Vediamo del resto che anche i parlamentari dei Tory si preoccupano di quello che gli elettori, collettivamente, potrebbero decidere di fare. I ribelli Tory – che tendono ad essere personaggi di levatura patrizia, usciti dalle migliori scuole e università inglesi – parlano come se puntassero a una situazione inamovibile. E come se la minaccia della Brexit fosse proprio questa: che consentirebbe a tutta una serie di questioni di essere decise dal tipo di persone che hanno votato in primo luogo per lasciare l’Unione europea. Nel progetto europeo, insomma, vedono un sistema per tenere fuori dall’agenda diverse questioni (come quelle sul controllo dell’immigrazione o sulle nazionalizzazioni di Corbyn).

I Tories sostenitori della Brexit affermano di essere loro i veri democratici. Ma anche loro spesso non sono inclini a fidarsi del “popolo”. Ad esempio, si potrebbe pensare che un governo che è stato appena trascinato per i tribunali sulla questione della sospensione del parlamento dovrebbe essere cauto nel conferire maggiori poteri ai tribunali. E invece, il discorso della Regina includeva una proposta di legge sull’ambiente che avrebbe esattamente questo effetto: creare un ente indipendente con lo scopo esplicito di garantire che un governo eletto raggiunga una serie di obiettivi e persegua una serie di principi ambientali. L’idea è di mettere queste scelte politiche al di fuori della portata della democrazia. Anche David Cameron lo ha fatto, quando ha approvato una legge che impone ai governi di spendere lo 0,7% del Pil in aiuti internazionali. Stabilirlo con una legge significa che questa scelta politica è ora nelle mani degli avvocati, piuttosto che dei politici. Un’ammissione che era improbabile che la decisione ottenesse supporto politico.

 

E ora più che mai decisioni come quella se andare avanti con una terza pista a Heathrow o con la linea veloce HS2 – che dovrebbero essere decisioni politiche – saranno prese dai giudici. Persone vicine a Boris Johnson ammettono in privato che sperano che i tribunali o un ente terzo blocchino l’espansione di Heathrow, in modo che Johnson non debba sdraiarsi davanti ai bulldozer. Ma la decisione di proseguire o meno con questi progetti infrastrutturali è in definitiva politica e i politici dovrebbero esserne responsabili.

 

Avere un’infrastruttura permanente di principi fondamentali incorporata nella costituzione, con la quale i politici eletti non possono interferire, è un’idea adottata da molti paesi – fino a quando questi principi sono limitati alle libertà fondamentali e ai diritti umani. La tanto ammirata Costituzione degli Stati Uniti ha introdotto questo concetto più di due secoli fa, e dagli anni ’40 la maggior parte dei paesi ha scelto di vincolarsi alla Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, e molti anche alla Carta europea dei diritti umani.

 

Ma l’esistenza di regole scritte passa immediatamente il potere agli avvocati e ai tribunali che le interpretano. In Gran Bretagna, la nostra Costituzione può essere riassunta in una sola frase: ciò che la regina promulga attraverso il Parlamento è legge. Lasciamo la politica ai politici e la legge agli avvocati. Questo è ciò che ha conferito al nostro sistema legale una universale reputazione di correttezza: la nozione di giudici politicizzati ci è ancora estranea. Il modello britannico – la legge comune che emerge attraverso le consuetudini e un parlamento i cui membri temono il popolo – ci ha dato forse la democrazia più valida al mondo. Questo è ciò che i Brexiteer affermano di voler proteggere.

Porre vincoli al mandato delle democrazie – e ai politici eletti – non è una idea nuova. Ha fatto parte della cultura dell’Ue fino dalla sua fondazione. Spesso per buoni motivi. Molti dei suoi stati membri hanno avuto esiti incerti quanto a democrazia e ora cercano sistemi di controllo ed equilibrio per impedire ai demagoghi di impadronirsi del potere. Ma questa nobile idea è stata strumentalizzata dai lobbisti che cercano di utilizzare una Commissione europea non eletta per aggirare la democrazia su ogni sorta di sottigliezze legali, dal numero di ore che i dipendenti possono lavorare a per quanto tempo un lavoratore migrante debba vivere in un paese prima di poter godere di benefit extralavorativi.

Quindi ora abbiamo problemi il cui controllo spetta a un tribunale o a organizzazioni sovranazionali come l’Ue. Questo è il motivo per cui gli elettori stanno reagendo: qui con la Brexit e nel continente votando per i partiti populisti. Questo ha anche portato a vedere nell’Ue una fonte di instabilità, in quanto impedisce ai governi di rispondere alle nuove preoccupazioni dei cittadini. Piuttosto che produrre stabilità, questa è la ricetta che porta al populismo.

Per contro, la Brexit intendeva riallineare la democrazia con la preoccupazione pubblica di recuperare la sovranità. Un’opportunità per far rimpatriare i poteri – restituendoli non solo ai governi nazionali, ma all’insieme dei cittadini. Ma diventerebbe un esercizio inutile se, invece di concederci la libertà di poter emanare le nostre leggi, i politici pensano a nuovi modi per mettere questi poteri fuori dalla nostra portata.