Grazie a un suggerimento di Luciano Barra Caracciolo (che ringraziamo per la segnalazione) proponiamo la traduzione di un articolo di Roger Scruton, filosofo conservatore, pubblicato nel 1998 su The Independent, ma di grande attualità oggi. Nel richiamare la critica marxista al capitalismo per il suo pesante costo umano e per avere sostituito la sola libertà di commercio a tutte le libertà per cui l’umanità aveva lottato, denuncia il totale asservimento ai diktat del mercato del partito Labour di Tony Blair. Oggi ci aiuta a comprendere le radici della Brexit, del decadimento globale del partito laburista e a vedere come questo si sia posto in assoluta continuità con la linea ideologica della Thatcher, sposando quel culto del mercato che ha in seguito improntato tutto il fallimentare progetto dell’unione europea.

 

 

 

Di Roger Scruton, 16 agosto 1998

 

Il governo Labour è partito con la promessa di porre fine a un’economia fatta di cicli ricorrenti di bolle espansive e crolli. E ora si trova di fronte alla prospettiva di una grave recessione. Ma infine, qual è la posizione del partito laburista nei confronti del capitalismo? Promosso o bocciato? Quando Margaret Thatcher era in carica, la linea era quella di una decisa bocciatura. Dovendo spiegare la causa di qualsiasi male sociale – crimine, droga, collasso delle città dell’interno – i politici laburisti puntavano il dito sulla “cultura dell’avidità” che attribuivano alla Thatcher. Secondo loro questa cultura caratterizza le grandi imprese, la City, la libera impresa, il libero commercio e i liberi mercati. C’è da stupirsi, ci chiedevano, se la società britannica crolla a pezzi, se la fiducia, l’onestà, la compassione e qualsiasi vita spirituale stanno svanendo, quando il governo misura tutto in termini di denaro? C’è da stupirsi che il nostro paese sembri sempre di più una nazione priva di anima, quando i suoi leader sono consigliati da uomini d’affari, distribuiscono onorificenze agli uomini d’affari e non vedono l’ora di diventare uomini d’affari quando alla fine vengono licenziati – o lanciati?

 

È facile essere d’accordo con queste accuse; meno facile proporre un’alternativa. L’Unione Sovietica ha guarito la maggior parte della gente dall’illusione socialista. Il grande esperimento socialista è stato un disastro, economico e sociale. I crimini e la violenza potevano essere meno evidenti nella Unione Sovietica di una volta; ma solo perché erano monopolizzati dal partito. Da allora, come tutto il resto, sono stati privatizzati, e di solito sono restati in mano alle stesse persone che li controllavano in precedenza. Ora vediamo la realtà morale che decenni di terrore hanno coperto: una società in cui il freddo calcolo prevale su ogni forma di dovere sociale e possiamo anche vedere – nella crisi economica della scorsa settimana – le conseguenze delle privatizzazioni quando è stato distrutto il senso del dovere sociale.

 

Tuttavia, il fallimento del socialismo non è una scusa per il capitalismo. C’è qualcosa che non va in una società che è interamente governata dagli imperativi del business, che non riconosce alcuna forma di restrizione del commercio al di fuori di quelle interne al mercato e che trasforma il business e l’impresa nei suoi valori fondamentali. Quando Marx ed Engels pubblicarono il manifesto comunista, non condannarono il capitalismo per il suo potere economico. Lo condannarono per il suo costo umano. “Non ha lasciato fra uomo e uomo – hanno scritto – altro vincolo che il nudo interesse, il freddo ‘pagamento in contanti’. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota… Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli (la traduzione in italiano è tratta da marxists.org, Il Manifesto del Partito Comunista, NdT)“. Esagerato, certo. Ma non privo di verità. Anche se respingiamo l’alternativa di Marx come ingenua nei fini e cattiva nei mezzi, non dovremmo respingere l’intuizione morale da cui deriva – vale a dire, che il libero mercato lasciato a se stesso è una forza creativa ma anche distruttiva.

 

Questo, in estrema sintesi, è ciò che il Partito laburista e i suoi guru hanno ripetuto negli anni della Thatcher e più sommessamente durante l’interregno grigio di John Major. Ma non è quello che dicono ora. Sotto Tony Blair, il business è rimasto ancora saldamente al posto di comando. Il Primo Ministro nomina i grandi magnati del mondo degli affari alla House of Lords con lo stesso entusiasmo incondizionato di Margaret Thatcher: ha persino nominato Lord Sainsbury ministro junior al Dipartimento del Commercio e dell’Industria – lo stesso dipartimento che, se il Labour difendesse qualcuno o qualcosa, dovrebbe controllare personaggi come Lord Sainsbury.

 

Basta guardare la politica del Labour in una qualsiasi delle aree in cui i giganti capitalisti hanno un interesse – l’Europa, l’Unione monetaria europea, fusioni e monopoli, ambiente, agroalimentare – per accorgersi che le promesse elettorali e le convinzioni morali si sgretolano davanti ai diktat del commercio. Come era stato accettato dalla Thatcher, così è stato accettato l’argomento che prosperità significa crescita, che crescita significa globalizzazione e che globalizzazione significa abolizione delle restrizioni locali. Se ci impedite di crescere in Gran Bretagna, dicono i magnati del business, ce ne andremo altrove, portandoci dietro il nostro capitale, le nostre tasse, i nostri posti di lavoro e la vostra prosperità.

 

In qualsiasi situazione di emergenza reale, i governi percepiscono rapidamente la stupidità della globalizzazione. Una volta che ci siamo trovati in guerra con la Germania, abbiamo capito – troppo tardi – l’importanza della produzione locale e di un’agricoltura autosufficiente. Ma la politica moderna è condotta completamente come se le situazioni di emergenza fossero un lontano ricordo del passato. Questo processo politico non è semplicemente legato alla propaganda: è un esercizio di amnesia collettiva. Eppure, la crisi asiatica avrebbe dovuto risvegliare nel partito Laburista il senso del pericolo: internazionalizzando la nostra economia, ci leghiamo a catastrofi che non possiamo prevenire.

 

Ma c’è una ragione più importante per tornare alla vecchia critica socialista. Lealtà, onestà, senso del dovere: sono cose che non si possono comprare. In un mercato che dilaga senza limiti, quindi, sono scacciate da ciò che si può comperare. La corruzione, le tangenti, la compravendita di favori prendono il posto della trasparenza. Il mercato dipende dall’onestà, ma lasciato a se stesso distrugge l’onestà. Questo è il motivo per cui il mercato ha avuto successo solo quando non è stato abbandonato a se stesso – solo quando è sottoposto a vincoli religiosi e morali che salvaguardano la riserva di valori dell’umanità.

 

Non è solo la vita pubblica a essere esposta alla corruzione da parte del mercato; anche la vita privata è a rischio. Questo un tempo era dato per scontato: non solo il vecchio Labour, ma anche il partito dei Tory era solito condannare la commercializzazione dei valori più sacri. Indecenza, oscenità e blasfemia erano immediatamente riconosciute e immediatamente condannate. Era opinione condivisa che ciò che ha un valore non debba essere degradato in qualcosa che ha un prezzo. Il sesso, ad esempio, non dovrebbe essere considerato un possibile oggetto di scambio tra estranei. Il nostro censore capo in pensione, James Ferman, ora sostiene che, consentendo alcune forme di pornografia, puoi combattere in modo più efficace le altre, in particolare quelle che coinvolgono violenza o bambini. Tale è l’ingenuità della mente liberale, che immagina che tu possa consentire il libero scambio di merci e riuscire a tenerne fuori alcune persone. Tutti i mercati, una volta consentiti, porteranno nuovi acquirenti e venditori. La pedofilia non può essere combattuta autorizzando il porno, poiché il porno crea una mentalità che non vede nulla di sbagliato nella pedofilia.

 

Blair si definisce un socialista cristiano: non lo è. Come la baronessa Thatcher, è un liberale del XIX secolo. Può darsi che non abbia mai detto “non puoi fermare il mercato” (celebre frase attribuita alla Thatcher, NdT), ma si comporta come se fosse vera. Se dovesse applicare i suoi principi religiosi alla pratica politica, sarebbe un capitalista cristiano. Perché “capitalismo” è solo un altro nome per indicare il mercato, e il mercato è qui per rimanere. In effetti, dovremmo dire del mercato ciò che Churchill ha detto della democrazia: un sistema pessimo, ma le alternative sono peggiori. E proprio come la democrazia ha bisogno di leggi e istituzioni per delimitare gli argomenti su cui non si è consentito votare, così il mercato ha bisogno di limiti morali e religiosi, per limitare ciò che non deve essere oggetto di scambio.

 

La religione salva dal dominio del prezzo tutto ciò che ha un valore duraturo e non commerciale: amore, matrimonio e famiglia; lealtà, onestà e senso di responsabilità. Se queste cose non vengono salvate, la società si disintegrerà e il mercato si disintegrerà insieme ad essa. Questo è il messaggio che dovremmo sentire dai nostri leader: ci sono cose che sono troppo importanti per essere comprate e vendute. È un messaggio che il Papa non si stanca di ripetere. Ma è un messaggio che non verrà mai messo in risalto, finché sarà il business a rimanere al posto di comando.