Mentre il surreale dibattito italiano continua a presentare l’euro come un salvifico certificato di appartenenza alla civiltà, al di fuori del quale c’è solo pianto e stridor di denti, riproponiamo un articolo non recente ma quanto mai attuale di Forbes. La radice del problema è esposta con crudezza: imponendo la svalutazione interna – ovvero far calare i salari – come unico sistema per far fronte agli shock asimmetrici all’interno della stessa area valutaria, l’euro costringe nei fatti a una politica che impone sofferenze, grandi quanto inutili. Per far abbassare i salari servono condizioni economiche drammatiche: ecco perché l’euro è un disastro.
 

 

 

Di Tim Worstall, 11 settembre 2016

 

Che Joe Stiglitz insista sul fatto che l’euro, la moneta europea, sia stato un errore disastroso è ben noto. Ha appena pubblicato un intero libro sull’argomento, in fin dei conti. Che Paul Krugman ne sia decisamente poco entusiasta è altrettanto noto – ha sottolineato già da un pezzo perché non funzionerà mai senza una integrazione fiscale molto maggiore. I fanatici della questione sapranno che anche Milton Friedman era contrario all’euro, come dimostra questo articolo del 1997:

 

Se un paese è colpito da uno shock negativo che richiede, per esempio, di abbassare i salari rispetto a quelli di altri paesi, questo effetto può essere ottenuto modificando un unico prezzo, il tasso di cambio, piuttosto che cercando di cambiare migliaia e migliaia di livelli salariali separati, o con l’emigrazione del lavoro. Le difficoltà imposte alla Francia dalla sua politica del “franco forte” illustrano il costo della decisione – spinta da scelte politiche – di non utilizzare il tasso di cambio per adattarsi all’impatto dell’unificazione tedesca. La crescita economica della Gran Bretagna dopo avere abbandonato lo SME, alcuni anni fa, per disincagliare la sterlina, dimostra l’efficacia del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento.

 

Una moneta unica ti priva di uno degli strumenti necessari a gestire gli shock asimmetrici nell’area valutaria interessata. Non è più possibile modificare il tasso di cambio per aiutare a gestire gli shock. Di fatto, una volta che c’è una moneta unica, una politica monetaria unica e la camicia di forza dell’insistente politica fiscale, non resta che una strategia possibile: modificare migliaia e migliaia di salari separati ovvero quella che viene chiamata svalutazione interna.

 

Chiunque abbia letto la mia rubrica da un po’ saprà che ho ripetuto abbastanza spesso questo concetto. Oggi la novità è che Paul Krugman ha citato James Tobin su questo punto:

 

L’implicazione – empiricamente discutibile – dell’usuale ipotesi del “tasso naturale (di disoccupazione)” secondo cui un tasso di disoccupazione anche solo leggermente superiore al livello critico determinerà una deflazione sempre più accelerata. La curva di Phillips sembra essere piuttosto piatta ad alti tassi di disoccupazione. Durante la grande contrazione del 1930-33, i livelli salariali furono lenti a cedere, anche di fronte alla massiccia disoccupazione e alla sostanziale deflazione dei prezzi al consumo. Solo alla fine, nel 1932 e nel 1933, i livelli dei salari diminuirono più rapidamente, in risposta alla prolungata disoccupazione, ai licenziamenti, ai fallimenti e alle minacce e timori che tutto questo continuasse a peggiorare.

 

Friedman e Tobin sono stati spesso considerati uno l’antitesi dell’altro. Ma c’è molto più accordo tra economisti apparentemente assai diversi rispetto a quello che generalmente si pensa. Potrebbero esserci problemi nuovi da affrontare su cui c’è disaccordo. Ma le basi generali della materia sono condivise, al di là di queste discrepanze.

 

Ed è proprio questo il caso: qui abbiamo Friedman che spiega il punto fondamentale, ovvero che la svalutazione interna è l’unica politica che rimane, e Tobin che sottolinea quanto sia dannatamente difficile da ottenere. Un altro modo di leggere Tobin è la quantità di dolore economico che dovrà essere inflitto per far calare il livello dei salari. Lui e Friedman sarebbero stati concordi sul fatto che variare il tasso di cambio avrebbe causato molto meno dolore.

 

Su questo punto, citiamo Krugman:

 

Di certo in Grecia il ritorno della disoccupazione di massa dopo il 2008 non ha prodotto grandi risultati in termini di calo dei salari, tranne, infine, dopo anni di disoccupazione a livello di crisi.

La struttura dell’euro impone il sistema più difficile di adattare le economie agli shock asimmetrici, insiste sulla strada che implica la maggiore sofferenza. Ed ecco, naturalmente, il motivo per cui è un disastro. Perché infliggere infelicità agli uomini non dovrebbe essere considerato un obiettivo desiderabile per la politica – anzi, il suo obiettivo dovrebbe essere proprio quello opposto, alleviarla.

 

Sì, è proprio un disastro. E in effetti non c’è bisogno di quattro premi Nobel per dircelo. È chiaro come il sole che lo è, e quindi prima crolla, meglio è. Insieme, si spera, al sistema che lo ha creato, la stessa UE.