Per il Financial Times la questione Aquarius è un segnale importante quanto inaspettato dato dagli italiani – che come dimostrano le ultime elezioni hanno definitivamente perso la pazienza riguardo ai flussi migratori incontrollati –  sulla necessità di politiche europee più eque e collaborative. È importante – dice il FT – che l’Europa sia capace di reagire positivamente a questo grosso nodo, perché uno stallo in materia di immigrazione ostacolerebbe la cooperazione anche in altri campi – dalla risposta al protezionismo di Trump alla mitica unione bancaria. In realtà, la mancanza di cooperazione e coordinamento tra i paesi europei è palese non solo nell’accoglienza agli immigrati, ma in tutti gli squilibri economici e sociali che si sono accumulati negli anni soprattutto nell’eurozona e hanno portato le economie europee a divergere sempre più. 

 

 

12 giugno 2018

 

La caotica politica sull’immigrazione mette a rischio le altre priorità dell’UE

 

L’offerta del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez di un porto sicuro per i 629 migranti intrappolati nel Mar Mediterraneo è un sollievo immediato per le anime disperate a bordo, ma anche, cosa non meno importante, per l’Europa nel suo insieme.

 

Il salvagente lanciato da Sánchez, dopo che l’Italia ha negato all’Aquarius l’accesso ai porti italiani, può essere considerata una vittoria a breve termine del ministro degli interni italiano, Matteo Salvini, la cui politica anti-immigrazione sembra aver retto al suo primo contatto con la realtà.  Ma il fatto più significativo è che l’intervento della Spagna evidenzia la necessità per tutti i paesi europei di impegnarsi direttamente e in maniera equa sul problema della migrazione.  Un’operazione di salvataggio non fa una strategia.

 

La pazienza degli italiani, lasciati soli in prima linea nella sfida dell’immigrazione – con 120.000 migranti arrivati ​​via mare solo nel 2017 – è finita. Le elezioni politiche del mese scorso ne hanno dato ampiamente prova. La coalizione sinistra / destra dei partiti della Lega e dei Cinque Stelle ha vinto, in parte, sfruttando la frustrazione degli elettori a proposito dell’immigrazione. Le elezioni in tutta Europa sono state influenzate dalla mancanza di una politica coerente. La cancelliera tedesca Angela Merkel è bloccata dentro una coalizione in seguito alla sua decisione del 2015 di consentire a 1 milione di migranti di entrare in Germania. Theresa May è il primo ministro del Regno Unito perché i Brexiters hanno sventolato la bandiera anti-immigrazione.

 

Più a est, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha cavalcato un’ondata anti-immigrati. Nelle recenti elezioni europee, solo Emmanuel Macron, presidente della Francia, è riuscito a vincere nonostante l’alterato rapporto di forza sulla politica dell’immigrazione.

 

È necessario un approccio più collaborativo, perché la geografia è tiranna. Il peso della migrazione è distribuito in modo non equo tra i vari punti di pressione a livello nazionale. Tripoli sarà sempre più vicina a Trapani in Sicilia che ad Amburgo.

 

Le soluzioni saranno trovate nelle capitali europee, non in mare. Al vertice UE di questo mese, l’unione deve dimostrare una leadership migliore e una maggiore unità sull’immigrazione. Senza un riequilibrio delle responsabilità dei diversi paesi in materia di immigrazione, le altre priorità – la risposta al protezionismo americano o il completamento dell’unione bancaria europea – diventano più difficili da raggiungere.

 

Di fronte alla determinazione del Presidente Donald Trump di smantellare il sistema del commercio globale, l’UE deve comportarsi come la superpotenza economica che ha sempre avuto il potenziale di essere. E cominciano ad apparire dei segnali, inclusi quelli che inaspettatamente giungono dall’Italia, che riuscirà a farlo. Ma i dissensi sull’immigrazione potrebbero spezzare un fronte unito.

 

Le riunioni preparatorie tenutesi a Lussemburgo la scorsa settimana per discutere le quote dei rifugiati e un sistema comune di condivisione delle responsabilità per i richiedenti asilo sono finite in stallo.

 

Salvini non ha partecipato, come protesta per le proposte troppo limitate e riduttive. L’Ungheria e la Polonia respingono le quote di rifugiati e Austria, Danimarca e Paesi Bassi hanno condotto colloqui informali per istituire al di fuori dell’UE dei campi per i richiedenti asilo respinti.

 

Nel tentativo di mantenere l’ordine in vista del vertice, la Merkel – anche se personalmente bruciata dalla questione rovente della politica sull’immigrazione – si è espressa. Dichiarandole “questioni esistenziali”, ha chiesto una maggiore protezione delle frontiere, una politica comune in materia di asilo e maggiori risorse per affrontare le cause profonde della migrazione in Africa.

 

Altri dovrebbero seguirne l’esempio. Senza una migliore politica dell’immigrazione dell’UE – e un minor numero di migranti lasciati alla deriva – l’autorità morale europea sui diritti umani diminuirà, il nazionalismo distruttivo prospererà, la libertà di movimento ne risentirà e la capacità dell’unione di lavorare insieme si indebolirà ulteriormente.