Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

 

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

 

 

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

 

 

Lo spettro del populismo

 

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

 

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

 

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

 

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

 

Chi è un populista?

 

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

 

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

 

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

 

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

 

Comprendere i populisti

 

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

 

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

 

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

 

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

 

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

 

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

 

Che cos’è il populismo?

 

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

 

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

 

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

 

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

 

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

 

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

 

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

 

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

 

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

 

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

 

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

 

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

 

Le cause più ampie del populismo

 

L’impatto del neoliberalismo?

 

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

 

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

 

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

 

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

 

La fine del comunismo

 

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

 

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

 

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

 

Impotenza

 

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

 

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

 

Gli spostamenti della potenza globale

 

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

 

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

 

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

 

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

 

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

 

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

 

Sull’autore

 

Il professor Michael Cox è direttore di LSE IDEAS e docente di Relazioni internazionali. È un noto esperto internazionale, che ha pubblicato numerosi articoli sugli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, l’ascesa dell’Asia e i problemi che affliggono l’UE e l’impatto che questi cambiamenti hanno sulle relazioni internazionali.

 

Bibliografia

 

[1] Matthew Goodwin, ‘Right response: understanding and countering populist extremism in Europe’, Chatham House, Europe Programme Report, September 2011

 

[2] Gavin Esler, The United States of Anger: people and the American Dream (New York, 1997)

 

[3] John Stepek, ‘What’s driving populism, and why it matters to investors’MoneyWeek, 4 April 2017

 

[4] Frank Furedi, ‘Populism on the ropes? Don’t be so sure’Spiked, 15 May 2017, see also ‘Populism: a defence’, Spiked, 29 November 2016

 

[5] Jan-Werner Muller, What is Populism? (Philadelphia, 2016)

 

[6] David Goodhart, The road to somewhere: the populist revolt and the future of politics (London, 2017)

 

[7] Moses Naim, ‘How to be a populist’, The Atlantic, 21 April 2017

 

[8] Anthony Giddens, Runaway world: how globalization is reshaping our lives(London, 1999)

 

[9] Arvind Subramanian & Martin Kessler, ‘The Hyperglobalizations of Trade and its Future‘, Peterson Institute for International Economics, Working Paper Series, WP13-6, July 2013

 

[10] Thomas Piketty, Capital in the 21st Century (Paris, 2013)

 

[11] James Montier & Philip Pilkington, ‘The deep causes of secular stagnations and the rise of populism’, GMO White Paper, March 2017

 

[12] Simon Fraser, ‘The tide of globalisation is turning’, The World Today, April-May 2016, 38-41: 38