Anche in Macedonia, la UE conferma la sua vocazione antidemocratica. I cittadini hanno disertato il referendum proposto per cambiare nome del Paese e accedere a NATO e UE, mandando l’affluenza ben al di sotto della soglia minima del 50%. Nonostante ciò, le autorità di queste organizzazioni sovranazionali preferiscono fare finta che il referendum sia stato un successo, e spingono per portare avanti processi di adesione che i cittadini non desiderano. La reazione del popolo macedone non tarderà a farsi sentire.

 

 

Di Aleksandar Pavic, 3 ottobre 2018

 

 

Il referendum tenutosi il 30 settembre in Macedonia – che avrebbe dovuto sancire il cambiamento di nome dello Stato e metterlo su una traiettoria di ingresso (sicuro) nella NATO e (allegramente sbandierato ma molto meno sicuro) nella UE – è fallito miseramente, avendo raggiunto un’affluenza di appena il 36,91% dei votanti, ben al di sotto della quota del 50% + 1 necessaria per essere valido, ma nessuno potrebbe rendersene conto dalle reazioni dei suoi promotori occidentali e dagli impazienti beneficiari. In realtà, ci sarà bisogno di coniare un nuovo termine per descrivere adeguatamente le reazioni dei rappresentanti principali del reliquiae reliquiarum del mondo unipolare post-guerra fredda dominato dall’occidente. “Fake news” non sarebbe sufficiente. Magari “fake reality”?

 

Il dipartimento di Stato USA ha negato fermamente la realtà, rilasciando il seguente comunicato: “Gli USA accolgono i risultati del referendum del 30 settembre della Repubblica di Macedonia, nel quale i cittadini hanno espresso il loro appoggio all’appartenenza a NATO e UE accettando l’Accordo Prespa tra la Macedonia e la Grecia. Gli USA sostengono fortemente la piena implementazione dell’accordo, che permetterà alla Macedonia di occupare il posto che le spetta nella NATO e nella UE, contribuendo alla stabilità della regione, alla sicurezza e alla prosperità. Mentre il parlamento macedone inizia le deliberazioni e i cambiamenti costituzionali, incoraggiamo i leader a mettere da parte la politica partigiana e approfittare dell’opportunità storica di assicurare un futuro più luminoso al paese come pieno partecipante alle istituzioni occidentali”.

 

Il commissario UE per la politica europea di vicinato e i negoziati di allargamento Johannes Hahn non è stato da meno nel suo disprezzo per il 63% dei “deplorevoli” macedoni che sono rimasti a casa per manifestare il loro disaccordo alla rinuncia della loro identità nazionale e del nome del loro paese (che doveva diventare “Macedonia del Nord”) in cambio della doppia gioia di: a) diventare la carne da cannone della NATO nel sempre più pericoloso gioco di potere con la Russia e b) diventare il nuovo servo debitore della UE: “Referendum in Macedonia: mi congratulo con quei cittadini che hanno votato nel referendum consultivo odierno e hanno fatto uso delle loro libertà democratiche. Con una vittoria molto significativa dei “sì”, esiste un ampio supporto all’accordo Prespa e al percorso del paese nella zona Euroatlantica. Mi aspetto ora che tutti i leader politici rispettino questa decisione e la portino avanti con la più alta responsabilità e unità tra tutti i partiti, nell’interesse del paese”. Hahn è stato assecondato il giorno seguente, con un comunicato congiunto, da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per gli affari esteri UE e le politiche di sicurezza e Vice Presidente della Commissione UE.

 

Comprensibilmente, essendo il più diretto interessato, il Segretario Generale NATO Jens Stoltenberg è stato particolarmente (iper)attivo. Mentre i deludenti risultati iniziavano ad arrivare, Stoltemberg si è precipitato a controllare i danni, twittandoaccolgo il voto positivo del referendum macedone. Sollecito tutti i leader politici e i partiti a impegnarsi costruttivamente e responsabilmente ad approfittare di questa opportunità storica. Le porte della NATO sono aperte, ma tutte le procedure nazionali devono essere completate”. Stoltenberg ha rinforzato il suo messaggio delirante il giorno seguente, rilasciando un simile comunicato, co-firmato dal Presidente UE Donald Tusk. E il giorno dopo, durante una conferenza stampa, Stoltenberg ha persino offerto un accesso a tempo di record alla NATO ai riluttanti macedoni – gennaio 2019 per amor di precisione – se solo fossero così gentili da mettere in atto urgentemente proprio quell’accordo che loro avevano appena così enfaticamente rifiutato. Quando la NATO sostiene di promuovere i valori della democrazia – lo intende davvero!

 

UE

 

Ma non si è trattato della fine del delirio democratico intorno a quello che potrebbe tranquillamente rivelarsi la Waterloo balcanica della NATO e della UE. Per esempio, il Gruppo Parlamentare UE dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici, pur “deplorando il fatto che l’affluenza sia stata inferiore al 50%”, ha comunque salutato i risultati del referendum e “chiesto all’opposizione di rispettare la volontà espressa dalla maggioranza (sic!) dei votanti”. Il leader del gruppo, Udo Bullmann, mentre insisteva a sostenere che, in qualche modo, un’affluenza inferiore al 37% rappresentava pur sempre “una maggioranza”, ha inoltre utilizzato l’occasione per bacchettare il Presidente Macedone per aver avuto il coraggio di richiedere un boicottaggio del referendum (ha commesso lo psico-reato di ritenerlo un “suicidio storico” durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), e per denunciare – indovinate un po’? – “rapporti su un’interferenza russa nel processo elettorale”. Non val nemmeno la pena dire che Bullmann non ha portato uno straccio di prova delle sue accuse. D’altra parte, secondo numerosi rapporti dei media, all’avvicinarsi del 30 settembre, mentre nessun alto ufficiale russo si è visto dalle parti della Macedonia, una vera e propria processione di politici parrucconi occidentale hanno compiuto un pellegrinaggio a Skopje per rivelare agli abitanti i loro “veri” interessi: Sebastian Kurz“Cane Pazzo” Mattis, l’infaticabile StoltenbergFederica MogheriniJohannes HahnAngela Merkel. Ovviamente in questo caso nessuna ingerenza…

 

A proposito di Angela Merkel, si è unita ai suoi sodali democratici occidentali nel disprezzo dell’opinione della maggioranza degli elettori macedoni, spingendo il paese a “procede procedere verso” l’implementazione dell’accordo rigettato dalla maggioranza, citando lo “schiacciante sostegno (sic!)” e sostenendo attraverso il suo portavoce  che la soglia di un’affluenza del 50% + 1 era in realtà “molto alta” dal momento che i registri dei votanti includevano molte persone che ormai hanno lasciato il paese da tempo”.

 

Casualmente (?) la stessa argomentazione è stata usata dal ministero degli esteri greco Nikos Kotzias, che ha sostenuto che i “sì”  al referendum, in effetti, “rappresentano la maggioranza,  nonostante la bassa affluenza, perché la Macedonia non ha 1,8 milioni di votanti iscritti alle liste elettorali, ma appena 1,2 milioni,  dato che 300.000 persone hanno lasciato il paese da quando le liste sono state aggiornate,  20 anni fa”. Possiamo facilmente dimostrare la fallacia di questa affermazione,  che cozza con la realtà,  se diamo un’occhiata ai risultati delle ultime elezioni parlamentari macedoni (dicembre 2016), nelle quali l’affluenza è stata appena sotto gli 1,2 milioni di votanti (1.191.832 per essere precisi) pari, ufficialmente, al 66,79%. Se dovessimo credere a Kotzias e alla Merkel (che ai tempi non sollevarono alcuna obiezione) dovremmo pensare che l’affluenza alle elezioni del 2016 sia stata del 99% – un numero da fare invidia a qualsiasi dittatore totalitario. D’altro canto, dal momento che quelle elezioni produssero il “risultato desiderato”, permettendo al governo pesantemente pro-NATO/UE guidato da Zoran Zaev di formarsi, esse erano automaticamente “valide” agli occhi degli alti prelati della democrazia a Bruxelles, Berlino, Londra e Washington.

 

Non occorre dire che Zaev si è unito alla farsa dei suoi protettori occidentali, descrivendo il referendum come un “successo democratico”, e annunciando che cercherà il supporto del parlamento macedone per emendare la costituzione e ottenere che l’accordo con la Grecia venga ratificato (secondo il cosiddetto Prespa Agreement, il Parlamento macedone deve adottare le necessarie riforme costituzionali entro la fine del 2018), così che il Parlamento greco possa fare lo stesso, cosa che sigillerebbe l’accordo. Tuttavia, Zaev e i suoi alleati politici albanesi sono molto lontani dalla maggioranza dei due terzi necessaria (possono contare su 71 deputati,  9 in meno degli 80 necessari), e dovranno indire nuove elezioni se non dovessero trovarli velocemente.

 

Tuttavia, non dimentichiamoci di dire che Zaev sosteneva cose molto diverse prima del referendum, assicurando che “i cittadini prenderanno la decisione” e che il parlamento avrebbe votato i necessari cambiamenti costituzionali solo se il referendum fosse stato un successo. Ma questo era prima, quando c’era grande fiducia che la solita combinazione di pressioni occidentali, soldi e dominio totale dei media avrebbe fatto il lavoro sporco. Poi il 30 settembre la realtà l’ha colpito…

 

Tuttavia, tra i falsi sorrisi e pubbliche manifestazioni di fiducia della folla pro-NATO/UE, c’è un palpabile senso di disagio nell’aria. Come è scritto nell’editoriale di Deutsche Welle, “la bassa affluenza del referendum macedone è un brutto punto di partenza per i futuri sviluppi del paese”. E secondo DW in serbo, un commento del Frankfurter Allgemeine Zeitung ha messo in guardia che “I politici che in altri frangenti parlano incessantemente di democrazia come di un “valore speciale” non dovrebbero chiedere al parlamento di Skopje di accettare i risultati del voto”. In altre parole, il popolo macedone (ossia – una vasta maggioranza della maggioranza della popolazione slava) ha “votato coi piedi” (rimanendo a casa NdT) e ha rigettato l’accordo, e nessuna nuova elezione parlamentare, qualsiasi sia il risultato, piò cambiare questo fatto, spiacevole ma immutabile. Questa sola cosa delegittimerà qualsiasi altro tentativo occidentale di “manipolare il consenso” cercando di spingere l’accordo attraverso l’attuale o il futuro parlamento – anche se, come sappiamo, la NATO non ha in ogni caso grande considerazione per i referendum, mentre la UE non disdegna di far ripetere ai cittadini il voto il numero sufficiente di volte per ottenere il “giusto” risultato.

 

Ma l’occidente ha perso altra legittimazione in Macedonia – ha danneggiato la propria reputazione, forse irrimediabilmente. Per usare le parole dell’ex consigliere presidenziale Cvetin Chilimanov, “L’occidente ci ha umiliato… i macedoni hanno rigettato quest’aggressione psicologica dei media, dei politici e della propaganda contro le persone, e questa è la tragedia odierna, che una larga maggioranza di persone che sono state genuinamente favorevoli all’occidente ha cambiato idea e ha smesso di guardare all’ovest come a qualcosa di democratico, progressista e di successo… ecco la ragione del boicottaggio. Hanno fatto pressione sulla Macedonia, un paese che è sempre stato aperto ai legami con l’occidente, ma che non voleva fare un disgustoso compromesso e umiliarsi di fronte ai paesi limitrofi, di fronte ai paesi occidentali. Non abbiamo capito perché l’umiliazione era necessaria per poter diventare un membro dell’Europa. Quel che è peggio è forse che questo è ormai quello che pensa la maggioranza silenziosa del popolo, che non dimenticherà questo insulto e questo attacco alla Macedonia”.