Uno dei recenti “leaks” di Wikileaks getta luce su come istituzioni finanziarie internazionali teoricamente “indipendenti” come il FMI e la Banca Mondiale vengano utilizzate come armi di guerra non convenzionale, al servizio degli interessi imperiali americani. Sebbene a prima vista si tratti di fatti ben noti a tutti da decenni, il fatto di leggerli candidamente descritti in documenti ufficiali delle forze armate americane sortisce comunque un effetto notevole. Queste rivelazioni dovrebbero, se i media mainstream avessero ancora una qualsiasi credibilità, dissolvere una volta per tutte l’illusione che il complesso di istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods abbiano come missione il benessere e la stabilità economica dei paesi membri, come invariabilmente recitano i loro trattati istitutivi.

 

 

 

di Whitney Webb, 7 febbraio 2019

 

 

In un manuale militare sulla “guerra non convenzionale” recentemente svelato da WikiLeaks si legge che, secondo l’esercito americano, le principali istituzioni finanziarie globali – come la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – sono considerate come “armi finanziarie non convenzionali da usare in conflitti che possono includere guerre generali su larga scala”, e per fare leva sulle “strategie e relazioni tra stati”.

 

 

Il documento, il cui titolo letteralmente recita “Field Manual (FM) 3-05.130, Army Special Operations Forces Unconventional Warfare”, originariamente redatto nel settembre 2008, è stato recentemente portato sotto i riflettori da WikiLeaks su Twitter in relazione ai recenti eventi in Venezuela e all’annoso assedio economico del paese guidato dagli Stati Uniti tramite sanzioni e altre modalità di guerra economica. Sebbene il documento abbia suscitato un rinnovato interesse solo negli ultimi giorni, originariamente era stato pubblicato da WikiLeaks nel dicembre 2008, ed è stato descritto come un “manuale militare sui cambi di regime”.
I recenti tweet di WikiLeaks in proposito hanno attirato l’attenzione su un particolare capitolo del documento di 248 pagine, intitolato “Financial Instrument of US National Power and Unconventional Warfare”. Questo particolare capitolo evidenzia come il governo USA applichi “un potere finanziario unilaterale e indiretto che esercita un’influenza persuasiva su istituzioni finanziarie internazionali e nazionali circa la disponibilità e i termini di prestiti, sovvenzioni o di altra assistenza finanziaria a entità statali e non statali”, e specifica che la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), nonché la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), sono le “sedi diplomatico-finanziarie dalle quali gli USA realizzano” tali obiettivi.

 

 

Il manuale elogia anche la “manipolazione governativa dei tassi di interesse e fiscali” insieme ad altre “misure legali e burocratiche” atte a “favorire, modificare o bloccare i flussi finanziari”, e afferma inoltre che l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano [Ufficio del controllo dei beni esteri] (OFAC) – che supervisiona le sanzioni statunitensi sugli altri paesi, come il Venezuela – “ha una lunga esperienza nel condurre guerre economiche strumentali a qualsiasi campagna di guerra non convenzionale da parte di ARSOF [i reparti operativi speciali dell’esercito]”.

 

 

Questa sezione del manuale nota poi che tali armi finanziarie possono essere utilizzate dall’esercito statunitense per creare “incentivi finanziari o disincentivi atti a persuadere avversari, alleati e governi fantoccio a modificare il proprio comportamento a livello strategico, operativo e tattico” e che le campagne di guerra non convenzionale sono strettamente coordinate con il Dipartimento di Stato e i servizi segreti per determinare “quali elementi del terreno umano [sic] nella UWOA [Area delle operazioni di guerra non-convenzionale] sono più vulnerabili da un attacco finanziario”.

 

 

Il ruolo di queste istituzioni finanziarie internazionali “indipendenti” come estensioni del potere imperiale degli Stati Uniti è elaborato altrove nel manuale, e molte di queste istituzioni sono descritte in dettaglio in un’appendice del manuale intitolata “Lo strumento finanziario del potere nazionale”. In particolare, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale sono elencati sia come strumenti finanziari e diplomatici del potere nazionale degli Stati Uniti, sia come parti integranti di ciò che il manuale definisce “l’attuale sistema di governance globale”.

 

 

Inoltre, il manuale afferma che le forze armate americane “considerano che una manipolazione del potere economico correttamente integrata può e dovrebbe essere una componente della guerra non convenzionale”, ossia che queste armi sono una caratteristica regolare consueta nelle campagne di guerra non convenzionale intraprese dagli Stati Uniti.

 

 

Un altro punto di interesse è che queste armi finanziarie sono in gran parte gestite dal Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC), attualmente guidato da John Bolton. Il documento rileva che l’NSC “è primariamente responsabile per l’integrazione degli strumenti economici e militari del potere nazionale all’estero”.

 

 

“Indipendenti” ma controllati

 

 

E proprio come questo manuale di guerra non convenzionale afferma apertamente che istituzioni finanziarie “indipendenti” come la Banca Mondiale e il FMI sono essenzialmente estensioni del potere del governo degli Stati Uniti,  anche gli analisti ormai da decenni avvertono che queste istituzioni promuovono costantemente gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti all’estero.

 

 

In effetti, il mito dell’“indipendenza” della Banca Mondiale e del FMI si vanifica semplicemente osservando la struttura e il finanziamento di ciascuna istituzione. Nel caso della Banca Mondiale, l’istituzione si trova a Washington e il presidente dell’organizzazione è sempre stato un cittadino statunitense scelto direttamente dal Presidente degli Stati Uniti. Nell’intera storia della Banca Mondiale, il Board of Governors dell’istituzione non ha mai respinto la scelta di Washington.

 

 

Lo scorso lunedì [4 febbraio 2019, N.dT.] è stato reso noto che il presidente Donald Trump ha nominato alla guida della Banca Mondiale l’ex economista della Bear Stearns, David Malpass. Il punto forte nel CV di Malpass è il fatto di non aver saputo prevedere il fallimento del suo ex datore di lavoro durante la crisi finanziaria del 2008, ed è probabile che decida di limitare i prestiti della Banca mondiale alla Cina e ai paesi alleati o in procinto di allearsi con la Cina, vista la sua reputazione ben consolidata di falco nei confronti della Cina.

 

 

Oltre a scegliere il suo presidente, gli Stati Uniti sono anche il maggiore azionista della banca, il che ne fa l’unico paese membro a disporre del diritto di veto. In effetti, come si legge nel manuale, “Poiché le decisioni importanti richiedono una maggioranza dell’85%, gli Stati Uniti possono bloccare qualsiasi modifica sostanziale” alle regole della Banca Mondiale o ai servizi che offre. Inoltre, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ex banchiere di Goldman Sachs e “re dei pignoramenti”, Steve Mnuchin, ha anche le funzioni di governatore della Banca Mondiale.

 

 

Sebbene il Fondo monetario internazionale sia diverso dalla Banca Mondiale sotto diversi aspetti, come la sua missione e il suo obiettivo, anch’essa è largamente dominata dall’influenza e dai finanziamenti del governo degli Stati Uniti. Ad esempio, anche il FMI ha sede a Washington e gli Stati Uniti ne sono il maggiore azionista – detengono il 17,46% delle azioni, di gran lunga la quota più consistente – e versano anche la quota maggiore per il mantenimento dell’istituzione, contribuendo ogni anno con 164 miliardi di dollari agli impegni finanziari del FMI. Sebbene gli Stati Uniti non scelgano l’alto dirigente del FMI, grazie alla posizione privilegiata come principale finanziatore dell’istituzione possono controllare le regole del FMI minacciando di trattenere i fondi se l’istituzione non si attiene alle richieste di Washington.

 

 

Come conseguenza della sproporzionata influenza degli Stati Uniti sul comportamento di queste istituzioni, queste hanno usato i loro prestiti e sovvenzioni per “sequestrare” le nazioni indebitate e imporre programmi di “aggiustamento strutturale” a questi governi oberati dal debito, che si traducono in privatizzazioni di massa di beni statali, deregolamentazione e austerità, tutte misure che generalmente avvantaggiano le multinazionali straniere rispetto alle economie locali. Spesso queste stesse istituzioni – facendo pressione sui paesi per deregolamentare il settore finanziario e attraverso rapporti di corruzione con gli attori statali – provocano gli stessi problemi economici che poi esse stesse sono chiamate a “riparare”.

 

 

Guaidó batte cassa al FMI

 

Considerata la stretta relazione tra il governo degli Stati Uniti e queste istituzioni finanziarie internazionali, non dovrebbe sorprendere che – in Venezuela – il “presidente ad interim” sostenuto dagli Stati Uniti Juan Guaidó – abbia già fatto richiesta di fondi dal FMI, e quindi contratto un debito controllato dal FMI per finanziare il suo governo parallelo.

 

 

Ciò è molto significativo perché mostra che tra le priorità di Guaidó, oltre a privatizzare le enormi riserve petrolifere del Venezuela, c’è quella di incatenare nuovamente il paese alla macchina del debito controllata dagli Stati Uniti.

 

 

Come recentemente spiegato da Grayzone Project:

 

“Il precedente Presidente socialista venezuelano Hugo Chávez aveva rotto i legami con il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, che a suo parere erano “dominati dall’imperialismo USA“. Come contrappeso all’FMI e alla Banca Mondiale, il Venezuela e altri governi di sinistra in America Latina stavano invece collaborando per istituire la Banca del Sud.”

 

 

Tuttavia, il Venezuela non è affatto l’unico paese dell’America Latina a essere bersaglio di queste armi finanziarie mascherate da istituzioni finanziarie “indipendenti”. Ad esempio, l’Ecuador – il cui attuale presidente sta cercando di riportare il paese nelle grazie di Washington – è arrivato al punto di condurre una “revisione” della sua decisione di offrire asilo al giornalista ed editore di WikiLeaks Julian Assange allo scopo di ottenere un salvataggio da $10 miliardi dal FMI. L’Ecuador ha concesso asilo ad Assange nel 2012, e da allora gli Stati Uniti continuano affannosamente a chiedere la sua estradizione per accuse ancora imprecisate.

 

 

Inoltre, lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno minacciato di colpire l’Ecuador con “misure commerciali punitive” se avesse proposto un provvedimento alle Nazioni Unite per sostenere l’allattamento al seno rispetto a quello con latte artificiale, una mossa che ha stupito la comunità internazionale ma ha anche messo a nudo la volontà del governo USA di usare “armi economiche” contro le nazioni latinoamericane.

 

 

Oltre all’Ecuador, altri recenti obiettivi della massiccia “guerra” del FMI e della Banca Mondiale comprendono l’Argentina, che proprio l’anno scorso ha ottenuto il più ingente prestito di salvataggio del FMI della storia. Questo pacchetto di prestiti era, come prevedibile, pesantemente sostenuto dagli Stati Uniti, come risulta da una dichiarazione del segretario al Tesoro Mnuchin, rilasciata lo scorso anno. In particolare, il FMI è stato determinante nel causare il completo collasso dell’economia argentina nel 2001,  un cattivo auspicio rispetto alla recente approvazione del nuovo pacchetto record di prestiti.

 

 

Sebbene sia stato pubblicato oltre un decennio fa, questo “Manuale dei colpi di stato” di recente divulgato da WikiLeaks è una conferma di come la cosiddetta “indipendenza” di queste istituzioni finanziarie sia un’illusione, e che in realtà esse non siano altro che “armi finanziarie”, abitualmente utilizzate dal governo degli Stati Uniti per piegare i paesi alla sua volontà e persino rovesciare i governi invisi a Washington.