Senza peli sulla lingua, Wolfgang Münchau boccia categoricamente il principale candidato in pectore UE al ruolo di direttore del Fondo Monetario Internazionale, Jeroen Dijsselbloem, e sollecita gli altri Stati membri del Fondo a bloccarlo, per impedire che si diffondano nel mondo le perniciose politiche dell’eurozona, basate su quella che è stata la tregedia degli ultimi anni, l’austerità. Dal Financial Times.

 

 

 

Di Wolfgang Münchau, 21 luglio 2019

 

 

Il mondo ha bisogno di un rimpiazzo forte per la Lagarde. 

Ancora una volta l’UE insiste su un candidato europeo per l’incarico di direttore dell’FMI. L’ultima volta, nel 2011, ho sostenuto una candidata del genere, Christine Lagarde, che ha ottenuto il posto. Si è appena dimessa per subentrare a Mario Draghi come presidente della Banca centrale europea a novembre. L’ FMI sta cercando un sostituto.

 

Otto anni fa, ho sostenuto che Christine Lagarde era nella posizione migliore per gestire il singolo più grande compito che il FMI ha affrontato in questo decennio: assicurare che la zona euro contasse su un certo sostegno professionale durante i suoi anni di crisi e prevenire ricadute sul resto dell’economia globale.

 

Una cosa è che l’UE insista sul proprio candidato quando ne ha uno buono, come nel 2011. Tutt’altro quando così non è. La scorsa settimana i funzionari europei hanno preso in considerazione una rosa di candidati. Tra i primi c’era Jeroen Dijsselbloem, ex ministro delle Finanze olandese e capo dell’Eurogruppo che riunisce i suoi colleghi dell’eurozona. Sia lui sia diversi degli altri candidati nella lista hanno molto di cui rispondere. Hanno promosso l’austerità durante la crisi dell’eurozona. Dijsselbloem è famoso per avere accusato i paesi in crisi di spendere i loro soldi in “alcol e donne”.
I ministri delle Finanze dell’UE sembrano preferirlo a Mark Carney, il governatore uscente della Bank of England. Dijsselbloem è più simile a loro. È cittadino di un paese dell’eurozona. A dire il vero lo è anche Carney, nato in Canada ma con due passaporti europei, di Irlanda e Regno Unito. Ma i ministri dell’UE non lo considerano abbastanza europeo per il ruolo. Potrebbero anche dirgli di tornarsene da dove è venuto.
Un altro argomento fallace a favore di Dijsselbloem è che è un socialista. I socialisti non hanno ottenuto abbastanza, rispetto a quanto speravano, nel recente mercato delle cariche UE che ha portato alla nomina, tra gli altri, della Lagarde. E quindi meritano un compenso. Il posto al FMI è il premio di consolazione perfetto.

 

Nel momento in cui scrivo, l’UE non ha ancora preso una decisione in merito al candidato che intende sostenere. Se l’eurozona nominasse Dijsselbloem o qualcun altro che abbia avuto ruoli operativi di spicco nel periodo della crisi, consiglierei agli altri stati membri dell’FMI di sostenere un proprio candidato. Oltre a Carney, c’è Agustín Carstens, l’economista messicano attualmente direttore generale della Bank of International Settlements.

Se Boris Johnson diventasse Primo ministro britannico questa settimana, come sembra probabile, dovrebbe associarsi a Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, per sostenere un candidato congiunto USA / Regno Unito. C’è un forte interesse generale nell’impedire all’eurozona di esportare i suoi politici più tossici – e le loro politiche – nel resto del mondo.

 

A mio parere, il problema di molti dei principali responsabili politici dell’UE è un profondo analfabetismo economico. L’austerità è stata una delle grandi tragedie politiche del nostro tempo. È ciò che sta dietro  l’ascesa della Lega, partito populista, in Italia. Il partito di Matteo Salvini è sull’orlo di una presa di potere senza precedenti.

Ursula von der Leyen, presidente eletto della Commissione europea, ci ha dato una rappresentazione quasi comica di analfabetismo economico durante una delle sue udienze, quando è stata interrogata da un parlamentare verde sul surplus delle partite correnti della Germania. La traduzione letterale tedesca è “performance surplus”. La risposta incoerente della von der Leyen ha rivelato che lei, come Trump, considera il surplus delle partite correnti come una misura di performance positiva.

 

Questo è il livello al quale stiamo discutendo la politica economica nell’eurozona. È questa la mentalità che ci ha portato il fiscal compact, una serie di regole per costringere i paesi ad allinearsi a uno specifico obiettivo numerico per il rapporto tra debito e PIL. Ci ha portato lo stop al debito tedesco, una regola costituzionale di pareggio di bilancio che ha finito per produrre persistenti surplus. E ha portato Dijsselbloem nella lista dei candidati. Non c’è molto che il resto del mondo possa fare riguardo alle infelici scelte politiche dell’eurozona. Ma può, e dovrebbe, rifiutarsi di premiare i responsabili di queste politiche con i ruoli più ambiti nella finanza internazionale.

 

Le competenze necessarie al prossimo direttore generale dell’FMI saranno diverse da quelle richieste otto anni fa. Il candidato di successo dovrà fare i conti con guerre commerciali e valutarie, confini incerti tra politiche fiscali e monetarie, nuovi tipi di crisi finanziarie e  valute digitali.

Il prossimo decennio potrebbe vedere profondi cambiamenti nel sistema monetario internazionale. È evidente che i ministri delle Finanze dell’eurozona non danno la priorità a questi argomenti nelle loro discussioni sui ruoli più importanti. Per loro, il punto è se uno proviene dall’eurozona o no, da sinistra o da destra, da nord o da sud.

 

Il mondo ha bisogno di una persona di prim’ordine per gestire il FMI. Non dovrebbe consentire all’Europa di trattare il Fondo come una discarica per funzionari arrivati alla frutta.