Gli indici di libertà economica – come molti altri indici calcolati con criteri su cui pochi si fanno domande – sono circondati da un’apparenza di oggettività e sono citati in pensosi articoli sulla stampa mainstream, di solito per invocare “riforme strutturali” o condannare l’assistenzialismo o l’eccesso di regole o simili. Lo storico canadese Quinn Slobodian mostra in un articolo sul Guardian quali precise posizioni ideologiche siano alla base di queste classifiche. Uno dei tanti sistemi attraverso i quali l’ideologia neoliberale si traveste da oggettività “scientifica“ e cerca di estendere il suo dominio.

 

 

 

 

 Di Quinn Slobodian, 11 novembre 2019

 

Le classifiche create dai think tank conservatori mostrano che il neoliberalismo punta ad innalzare una barriera difensiva intorno al potere economico. 

 

Due delle “economie più libere” al mondo sono in fiamme. Secondo gli indici di “libertà economica” pubblicati ogni anno separatamente da due think tank conservatori – la Heritage Foundation e il Fraser Institute – Hong Kong è stata al primo posto nella classifica per più di vent’anni. Il Cile è al primo posto in America Latina per entrambi gli indici, che lo collocano anche al di sopra della Germania e della Svezia nella graduatoria mondiale.

 

La protesta violenta a Hong Kong è entrata nel suo ottavo mese. L’obiettivo è Pechino, ma la mancanza del suffragio universale che sta catalizzando la rabbia popolare è stata a lungo parte del modello economico di Hong Kong. In Cile, dove le proteste contro un aumento delle tariffe della metropolitana capeggiate dagli studenti si sono trasformate in un movimento antigovernativo nazionale, il bilancio è di almeno 18 vittime.

 

La rabbia potrebbe essere spiegata meglio da altre classifiche: il Cile si colloca tra i primi 25 paesi per libertà economica – e anche per disuguaglianza di reddito. Se Hong Kong fosse un paese, sarebbe tra i primi dieci più diseguali al mondo. Gli osservatori usano spesso la parola neoliberialsmo per descrivere le politiche alla base di questa disuguaglianza. Il termine può sembrare vago, ma le idee utilizzate per calcolare l’indice di libertà economica aiutano a metterlo a fuoco.

 

Tutte le classifiche contengono al loro interno visioni utopiche. Il mondo ideale descritto da questi indici è un mondo in cui il diritto di proprietà e la sicurezza dei contratti sono i valori più alti, l’inflazione è il principale nemico della libertà, la fuga di capitali è un diritto umano e le elezioni democratiche possono provocare autentici danni alla conservazione della libertà economica.

 

E non si tratta di esercitazioni puramente accademiche. Le classifiche Heritage  sono utilizzate per allocare gli aiuti esteri statunitensi attraverso la Millennium Challenge Corporation. Pongono obiettivi per i decisori politici: nel 2011, l’ Institute of Economic Affairs lamentava che un aumento della spesa sociale stava portando a un calo della posizione in classifica della Gran Bretagna. Il deputato dei Tory Iain Duncan Smith ha persino citato l’indice Heritage a sostegno di una hard Brexit. Lanciando l’indice 2018 alla Heritage Foundation, il segretario al commercio di Trump, Wilbur Ross, ha espresso la speranza che la deregolamentazione ambientale e i tagli delle tasse per le aziende possano invertire la discesa dell’America nella graduatoria. Da dove viene questo modo di vedere il mondo?

 

L’idea di un indice della libertà economica è nata nel 1984, dopo una discussione sul romanzo 1984 di Orwell tenuta durante una riunione della Mont Pelerin Society, un club esclusivo, sede di dibattiti tra accademici, politici, thinktanker e imprenditori, fondato da Friedrich Hayek nel 1947 per contrastare l’ascesa del comunismo in oriente e della socialdemocrazia in occidente. Lo storico Paul Johnson sosteneva che le previsioni di Orwell non si erano avverate; Michael Walker del Fraser Institute di Vancouver ribatteva che forse invece era accaduto. Tasse elevate, iscrizione obbligatoria alla previdenza sociale e trasparenza pubblica sui contributi ai politici avrebbero suggerito che si potesse essere più vicini alla distopia orwelliana di quanto si pensasse.

 

Walker considerava questo dibattito come una parte incompiuta del libro Capitalism and Freedom (Capitalismo e libertà) di Milton Friedman, del 1962, che aveva suggerito che la libertà politica si basasse sulla libertà del mercato, ma non lo aveva dimostrato scientificamente. Friedman era presente all’incontro e, con la moglie – e coautrice – Rose, accettò di aiutare a organizzare una serie di seminari volti all’impresa di misurare la libertà economica.

 

I Friedman raccolsero una folla di luminari, tra cui il vincitore del premio Nobel Douglass North e il coautore di The Bell Curve (La curva a campana) Charles Murray, per capire se un concetto nebuloso come la libertà potesse essere quantificato e classificato. Stabilirono alla fine una serie di indicatori, misurando la stabilità della valuta; il diritto dei cittadini di detenere conti bancari in paesi stranieri e valute estere; il livello della spesa pubblica e delle imprese di proprietà statale; e, soprattutto, l’aliquota della tassazione sulle persone e sulle aziende.

 

Quando il Fraser Institute di Walker pubblicò il suo primo indice, nel 1996, con una prefazione di Friedman, ci fu qualche sorpresa. Nella panoramica storica la seconda economia più libera del mondo nel 1975 era risultata essere l’Honduras, una dittatura militare. Per l’anno successivo, un’altra dittatura, il Guatemala, era risultata tra le prime cinque. Non si trattava di anomalie. Esprimevano una verità basata sugli indici usati. La definizione di libertà adottata implicava che la democrazia fosse un punto controverso, la stabilità monetaria fondamentale, mentre qualsiasi espansione dei servizi sociali avrebbe comportato un calo nella posizione in classifica. La tassazione era un furto, puro e semplice, e l’austerità l’unica strada per crescere.

 

“Il ‘diritto’ al cibo, all’abbigliamento, ai servizi medici, all’alloggio o ad un livello di reddito minimo”, scrissero gli autori, non era altro che una “obbligo di lavoro forzato [imposto] agli altri”. Il direttore dell’indice tradusse questa visione in suggerimenti di politica qualche anno dopo, scrivendo in una nota pubblica rivolta al primo ministro canadese che la povertà poteva essere eliminata attraverso una soluzione semplice: “Porre fine al welfare. Tornare agli ospizi per i poveri e per le ragazze madri”.

 

Non contento della sola economia, il Fraser Institute si è unito al Cato Institute nel 2015 per pubblicare il primo indice globale della “libertà umana”. Inclusero tutti i precedenti indicatori economici e li completarono con misure della libertà civile, dai diritti di associazione alla libera espressione, insieme a dozzine di altri, ma tralasciando le elezioni multipartitiche e il suffragio universale. Gli autori sottolinearono in particolare che avevano escluso dai criteri per calcolare l’indice la libertà politica e la democrazia – e Hong Kong tornò di nuovo in cima alla lista.

 

Che cosa stava succedendo? Una risposta è che con il progetto di misurare la libertà economica alcuni dei suoi autori avevano messo in discussione le loro precedenti affermazioni sulla relazione naturale tra capitalismo e democrazia. Negli anni ’90 Friedman, che in precedenza aveva ritenuto che capitalismo e democrazia si rafforzassero a vicenda, ora aveva cambiato musica. Come affermò in un’intervista del 1988: “Credo che un’economia relativamente libera sia una condizione necessaria per avere la libertà. Ma ci sono prove che una società democratica, una volta stabilita, distrugge un’economia libera.” Un popolo affrancato tende a usare il voto per spingere i politici a una maggiore spesa sociale, intasando così le arterie del libero scambio.

 

Nei seminari dedicati alla creazione degli indici, Friedman aveva citato l’esempio di Hong Kong come prova della verità di questa proposta, affermando: “Non c’è quasi alcun dubbio sul fatto che se ci fosse la libertà politica a Hong Kong ci sarebbe molto meno libertà economica e civile rispetto a quella che si ha come risultato di un governo autoritario.”

 

L’ex capo dell’esecutivo di Hong Kong, CY Leung, era d’accordo. Durante le proteste della “rivoluzione degli ombrelli” del 2014 gli venne chiesto perché non fosse possibile ampliare il diritto di voto. La sua risposta fu che, obiettivamente, questo avrebbe aumentato il potere dei più poveri e portato a “quel tipo di politica” che favorisce l’espansione dello stato sociale anziché politiche favorevoli alle imprese. Per Leung, il compromesso tra libertà economica e libertà politica non era neppure da seppellire in un indice. Era chiaro come il giorno.

 

Le classifiche sulla libertà economica esistono anche all’interno delle nazioni. Stephen Moore e Arthur Laffer, due consiglieri economici di Trump, hanno creato classifiche comparabili per gli stati americani – che si sono dimostrate del tutto inutili nel prevedere l’andamento dell’economia. Il sistema è stato implementato anche dal Cato Institute in India, incoraggiando una corsa alla deregolamentazione verso il basso entro i confini nazionali e oltre. Uno degli autori del rapporto, Bibek Debroy, ora presiede il Consiglio consultivo economico del primo ministro indiano Narendra Modi.

 

Pinochet, la Thatcher e Reagan saranno anche morti. Ma gli indici della libertà economica tengono alta la bandiera del neoliberismo, indicando sempre gli obiettivi di giustizia sociale come illegittimi e spingendo gli stati a considerarsi solo i guardiani del potere economico. Stephen Moore, che era uno dei preferiti da Trump all’inizio di quest’anno per la nomina al Consiglio della Federal Reserve, ha chiarito la questione con parole semplici. “Il capitalismo è molto più importante della democrazia”, ​​ha dichiarato in un’intervista. “E non sono neanche un grande sostenitore della democrazia”. Il segretario alle Finanze di Hong Kong ha usato lo stesso argomento due settimane fa a Londra, quando ha citato il massimo grado di libertà economica della città e rassicurato il suo pubblico che “a fianco delle proteste, gli affari procedono, senza sosta ”.

Classificando le nazioni per colore, celebrando i vincitori su carta patinata e dando ai paesi che arrivano in cima alla classifica un motivo per festeggiare con banchetti e balli, le classifiche aiutano a perpetuare l’idea che l’economia debba essere messa al riparo dagli eccessi della politica – al punto che un governo autoritario che tutela il mercato libero è preferibile a uno democratico che lo regolamenta. In un momento in cui tracciare una croce su una scheda può portare a cambiamenti che minacciano la libertà di cui il capitale ha goduto a lungo, la disponibilità della democrazia, nella visione degli indici della libertà, è quello che ci affligge, da Santiago al Mar Cinese Meridionale a Washington DC.

 

Quinn Slobodian, storico, è autore di Globalists: The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge, MA, 2018.