Il premio Nobel Joseph Stiglitz smaschera su Project Syndicate le lunghe menzogne dell’ideologia neoliberale, che ha dominato il mondo negli ultimi 40 anni promettendo ai popoli, in cambio di sacrifici anche troppo presenti, un futuro benessere mai arrivato. Ma soprattutto mostra la sostanziale mancanza di libertà connessa a questa ideologia, che ha schiacciato con furore qualsiasi pensiero economico alternativo, e minato la democrazia stessa attraverso lo strapotere dei capitali. Ora però la corda è vicina a spezzarsi. 

 

 

 

Di Joseph Stiglitz, 4 novembre 2019

 

Per 40 anni, le élite dei paesi sia ricchi sia poveri hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti dall’alto in basso, in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Ora, di fronte all’evidenza, c’è da meravigliarsi che la fiducia nelle élite e nella stessa democrazia siano crollate?

 

 

NEW YORK – Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un celebre saggio intitolato “The End of History?“ (“La fine della Storia?”). Il crollo del comunismo, vi si sosteneva, aveva eliminato l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dal suo destino di democrazia liberale ed economia di mercato. Furono in molti a concordare.

 

Oggi, di fronte alla ritirata dell’ordine mondiale liberale basato sul rispetto delle regole, con sovrani dispotici e demagoghi alla guida di Paesi che contengono oltre la metà della popolazione mondiale, l’idea di Fukuyama sembra stravagante e ingenua. Ma è servita a sostenere la dottrina economica neoliberale che negli ultimi 40 anni ha avuto la meglio.

La credibilità della fede neoliberale nel libero mercato come via più sicura per una prosperità condivisa è oggi agli sgoccioli. E non c’è da stupirsene. Ma il declino simultaneo della fiducia nel neoliberalismo e nella democrazia non è una coincidenza né una semplice correlazione: il neoliberalismo ha minato la democrazia per 40 anni.

 

La forma di globalizzazione prescritta dal neoliberalismo ha reso gli individui e le intere società incapaci di controllare una parte importante del proprio destino, come ha spiegato Dani Rodrik dell’Università di Harvard in modo chiarissimo, e come sostengo nei miei libri recenti Globalization and its discontent revisited (“La globalizzazione e i suoi oppositori rivisto” ) e People, power and profits (“Persone, potere e profitti”).

Gli effetti della liberalizzazione del mercato dei capitali sono stati particolarmente nefasti: se un candidato alla presidenza in un mercato emergente perde il favore di Wall Street, le banche portano via i loro soldi da quel paese. Gli elettori devono quindi affrontare una scelta netta: arrendersi a Wall Street o affrontare una grave crisi finanziaria. Come se Wall Street avesse più potere politico dei cittadini del Paese.

Anche nei paesi ricchi, ai comuni cittadini è stato detto: “Non puoi seguire le politiche che ritieni giuste” – che si tratti di una protezione sociale adeguata, di salari dignitosi, della tassazione progressiva o di un sistema finanziario ben regolamentato – “perché il paese perderà competitività, i posti di lavoro scompariranno e ci rimetterai”.

Sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, le élite hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti verso il basso in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Per arrivarci, tuttavia, i lavoratori avrebbero dovuto accettare salari più bassi e tutti i cittadini avrebbero dovuto rassegnarsi a tagli in importanti interventi pubblici.

Le élite hanno affermato che le loro promesse erano basate su modelli economici scientifici e “ricerche basate sulle prove”. Bene, dopo 40 anni, i numeri sono sotto i nostri occhi: la crescita si è appiattita e i suoi frutti sono andati in misura travolgente ai pochissimi posti ai vertici. Mentre i salari ristagnavano e il mercato azionario volava alle stelle, il reddito e la ricchezza sono saliti verso l’alto invece di ricadere verso il basso.

In che modo del resto è possibile che schiacciare i salari – per raggiungere o mantenere la competitività – e ridurre gli interventi pubblici porti a un livello di vita migliore? I comuni cittadini si sono sentiti presi in giro. E avevano ragione a ritenere di essere stati truffati.

Ora stiamo vivendo le conseguenze politiche di questo grande inganno: sfiducia nei confronti delle élite, della “scienza” economica su cui si è basato il neoliberalismo e del sistema  politico corrotto dal denaro che ha reso tutto ciò possibile.

La realtà è che, nonostante il suo nome, l’era del neoliberalismo è stata tutt’altro che liberale. Imponeva un’ortodossia intellettuale i cui guardiani erano assolutamente intolleranti al dissenso. Gli economisti con visioni eterodosse sono stati trattati come eretici da evitare o, al massimo, dirottati verso alcune istituzioni isolate. Il neoliberalismo somigliava poco alla “società aperta” che Karl Popper aveva teorizzato. Come ha sottolineato George Soros, Popper ha riconosciuto che la nostra società è un sistema complesso e in continua evoluzione in cui più impariamo, più la nostra conoscenza cambia il comportamento del sistema.

In nessun ambito questa intolleranza è stata maggiore che nella macroeconomia, dove i modelli prevalenti avevano escluso la possibilità di una crisi come quella che abbiamo vissuto nel 2008. Quando l’impossibile è accaduto, è stato trattato come se fosse un’alluvione di quelle che capitano ogni 500 anni – un evento singolarissimo, che nessun modello avrebbe mai potuto prevedere. Ancora oggi, i sostenitori di queste teorie rifiutano di accettare che la loro fiducia nella capacità dei mercati di autoregolamentarsi e il loro negare le esternalità in quanto inesistenti o irrilevanti hanno portato alla deregolamentazione che ha avuto un ruolo cruciale nell’alimentare la crisi. Eppure la teoria continua a sopravvivere, con tentativi tolemaici di adattarla ai fatti, il che testimonia il fatto che le cattive idee, una volta stabilite, spesso hanno una morte lenta.

Se la crisi finanziaria del 2008 non è riuscita a farci capire che i mercati senza restrizioni non funzionano, la crisi climatica dovrebbe certamente farlo: il neoliberalismo metterà letteralmente fine alla nostra civiltà. Ma è anche chiaro che i demagoghi che vogliono voltare le spalle alla scienza e alla tolleranza non faranno che peggiorare le cose. 

L’unica strada da percorrere, l’unica via per salvare il nostro pianeta e la nostra civiltà, è una rinascita della Storia. Dobbiamo rivitalizzare l’Illuminismo e invitare tutti a onorare i suoi valori di libertà, rispetto per la conoscenza e democrazia.