Social Europe: l’euro, come il Gold Standard, è condannato a fallire

Finalmente un segno di vita su Social Europe dove Ann Pettifor – direttrice di un certo di ricerca per le politiche macroeconomiche (PRIME) – fa una lucidissima analisi della genesi storica dell’euro. Come già sottolineava Goofy a suo tempo, si tratta di una versione PIU’ rigida del vecchio gold standard, una costruzione basata sui peggiori dogmi neoliberisti – l’incrollabile fede nell’autoregolamentazione del mercato, il disprezzo per gli Stati, e quindi per la democrazia. Come il suo “illustre” predecessore, l’euro non può che avviarsi verso un solo destino: il fallimento.

 

Di Ann Pettifor, 31 luglio 2015

 

Il 20 luglio 2015 Jacques Delors ha raggiunto la ragguardevole età di 90 anni. Il Presidente Hollande ha ricordato l’esperto uomo di stato e ha detto al Journal du Dimanche che“nell’ultima settimana è prevalso lo spirito europeo” nel gestire la crisi greca. Questo è un riferimento alla lunga, brutale e storica trattativa notturna del 12 luglio, tra i leader dell’eurozona e la Grecia – e alla seguente capitolazione della Grecia alle condizioni micro e macro economiche imposte dai creditori. Per molti, sicuramente anche per Delors, “lo spirito europeo” sembra essere completamente scomparso.

Come risultato della débâcle greca, e della crescente divergenza economica interna al continente, l’architettura del sistema europeo sembra ora decisamente fragile. Molti si aspettano che la Grecia esca dall’eurozona al momento opportuno. La Germania vede di buon occhio questa ipotesi. Alcuni credono che l’intera eurozona collasserà, con la Germania che uscirà per prima. Si avvicina per l’eurozona un momento fatale come il settembre 1931, quando la Gran Bretagna usci dal gold standard? Un’uscita che molti credevano impossibile? Un’uscita che portò prontamente alla ripresa economica? E l’eurosistema può davvero paragonarsi al gold standard degli anni 20 e 30? Io penso di sì.

Nel 1962 un banchiere lussemburghese, Pierre Werner tenne una conferenza a Bruxelles. In essa “affermò l’importanza di un’unità di conto europea definita rispetto all’oro come mezzo per dare inizio ad un sistema monetario europeo.” (Il corsivo è mio). Poi nel 1965 Pierre Werner, ormai Primo Ministro, Ministro delle Finanze e Ministro degli Esteri (sì, deteneva tutte e tre le cariche) del Lussemburgo diede, come spiega Elena Danescu, un’indicazione delle

“priorità della politica estera, e in particolare europea, del Granducato, nella quale l’integrazione economica occupa un posto privilegiato. La politica monetaria come mezzo per ottenerla… divenne uno dei pilastri fondamentali dell’azione di lungo termine del governo, e il mercato internazionale di capitali che a quel tempo stava appena emergendo in Lussemburgo venne gradualmente ad esso associato.”

Come risultato di questa visione essenzialmente monetarista della politica monetaria europea, per tacere delle “priorità del Granducato”, Pierre Werner venne nominato al concilio dei ministri della UE il 6 marzo 1970, perché presiedesse un comitato di esperti al fine di progettare un sistema monetario per l’Unione Europea. Gli elementi chiave delle raccomandazioni di questo comitato sarebbero stati poi sviluppati dal Comitato Delors di 12 banchieri centrali, che si formò nel 1989. Entrambe le proposte – il Rapporto Werner e il Rapporto Delors – replicavano l’architettura finanziaria del gold standard del diciannovesimo secolo.

I punti in comune i due sistemi (quello europeo e il gold standard NdVdE) includono l’abbandono da parte dei governi del controllo sui tassi di cambio; la perdita di una banca centrale controllata dallo stato; l’euforia iniziale riguardo al fatto che un tasso di cambio sopravvalutato rende più economiche le importazioni e che la mobilità dei capitali incoraggia prestiti sconsiderati; le conseguenti pressioni deflazionistiche; l’assenza di un organismo di coordinamento in grado di controllare gli squilibri all’interno della zona e infine una crescente resistenza politica al sistema monetario.

Tuttavia è importante notare anche che i due sistemi si differenziano parecchio. La trovata geniale di coloro che progettarono l’Unione Monetaria Europea (EMU) era questa: a differenza degli architetti del gold standard, che tentarono di rimuovere la Banca centrale e il controllo statale sul tasso di cambio – i banchieri di Delors semplicemente abolirono tutte le monete europee e le sostituirono con una nuova moneta comune, l’euro – ben al di là della portata di ogni singolo stato.

Tale valuta – l’euro – non solo funge da riserva di valore e facilita le transazioni finanziarie attraverso i confini nazionali – essa agisce anche come un potente simbolo dell’unità europea. Così oltre a servire gli interessi dei banchieri del Lussemburgo e dei finanzieri europei, l’euro è stato in parte creato e pesantemente venduto ai cittadini, come un presunto modo e simbolo di unione per l’Europa e gli europei. Come l’oro sotto il gold standard, la moneta ha acquisito lo status di un feticcio per molti, sia tra le élite europee a Bruxelles e a Francoforte, ma anche tra quelle nei paesi periferici.

Stathis Kouvelakis spiega come, per i Greci, l’euro rappresenti un feticcio, tradotto da me:

“Prima della crisi del 2008-2010, i paesi più europeisti all’interno dell’Unione Europea erano proprio quelli del sud e della periferia. Occorre capire che per questi paesi, l’adesione all’UE significa un certificato di modernità sia economica che politica, un’immagine di prosperità e potere che l’euro viene a convalidare a livello simbolico. Questo è l’aspetto feticistico del denaro che Karl Marx sottolineava: con la moneta unica nelle loro tasche, i greci simbolicamente si sentono allo stesso livello dei tedeschi o dei francesi.”

Mentre alcuni incauti sostenitori del gold standard (come David Ricardo) erano convinti della necessità di collegare la moneta/credito all’oro, la maggior parte dei banchieri ed economisti del XIX secolo comprendevano pienamente i sistemi monetari basati sul credito. Questo non impedì loro di portare avanti il sistema del gold standard, pienamente coscienti della qualità feticistica dell’oro – perché sia lo standard sia il feticcio portavano vantaggi ai mercati obbligazionari internazionali.

Ora l’Europa è a un punto di svolta. Le inflessibili ‘regole’ o criteri di Maastricht sono apertamente violate non solo dai paesi dell’Europa meridionale, ma anche dalla Germania. Il debito dell’eurozona è aumentato fino a 9.400 miliardi di euro nel primo trimestre del 2015 e, essendo al 92,9% del PIL, è molto al di sopra del criterio di Maastricht del 60% del PIL. Sotto questo aspetto l’intera eurozona è inadempiente – e dovrebbe essere espulsa da – ehm, sé stessa. I livelli di debito pubblico continueranno la loro inesorabile ascesa, grazie in gran parte (e in maniera contro-intuitiva per gli economisti ortodossi) alle politiche deflazionistiche di “austerità”. Gli unici attuali beneficiari del sistema sono i mercati obbligazionari globali.

La semplice verità è che l’euro è un prodotto di economisti neoliberali utopisti e delle loro ambizioni di creare un sistema monetario governato solo dalle forze del mercato, fuori dalla portata di qualsiasi stato europeo. È questa visione utopistica e la sua incarnazione nelle ‘regole’ che è la causa del fallimento economico, della divergenza, dell’instabilità sociale e politica tra gli Stati membri.

Questa visione utopistica è la ragione per cui l’euro – come il gold standard – è destinato al fallimento.

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